mercoledì 29 febbraio 2012

SIAMO NOTAV FERMARCI E’ IMPOSSIBILE!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

SIAMO NOTAV FERMARCI E’ IMPOSSIBILE!

Quest’oggi Mauro Moretti amministratore delegato di Trenitalia, è a Trieste per un incontro con il Comune e l’Autorità Portuale.

La situazione delle ferrovie è sotto gli occhi di tutt*: soppressione di treni locali e internazionali, carrozze sempre più fatiscenti, stazioni minori in via di smantellamento, tagli sulla sicurezza e manutenzione, la truffa della TAV con l’aumento del debito pubblico per un’opera inutile e dannosa, licenziamenti di sindacalisti scomodi (da Dante de Angelis a Riccardo Antonini -quest’ultimo per essersi schierato dalla parte dei familiari delle vittime della strage di Viareggio), privatizzazione del servizio pubblico, lavoratori delle ditte in subappalto senza stipendi…

La privatizzazione dei trasporti si inserisce in un processo più ampio che sta portando alla svendita di tutti i servizi e beni primari (acqua, luce, gas, istruzione ecc).

Opporsi a queste politiche che vanno solo a beneficio dei profitti dei grandi gruppi privati e a scapito di tutt* noi è indispensabile.

Oggi siamo in piazza per tutto ciò ma non solo.

I nostri cuori sono in Valsusa, accanto a Luca Abbà e a tutti la popolazione che anche in queste ore sta lottando con determinazione contro l’inizio dei lavori della TAV.

Da 23 anni una valle intera si oppone all’ennesimo scempio del proprio territorio schierandosi contro la lobby del cemento e del tondino e contro la mafia. Una lotta che si unisce a tutte quelle lotte che in tutto il paese si oppongono non solo alla follia della TAV ma a tutte le grandi opere inutili e dannose.

Che la Valsusa non sia isolata lo dimostrano le decine di manifestazioni che in questi giorni stanno avvenendo in ogni città.

Opporsi alle politiche di Trenitalia e alla TAV fa parte di un unico orizzonte di lotta e speranza per riprendere in mano le nostre vite e i nostri territori contro chi li vuole calpestare in nome del profitto.

Qui come in Valsusa come ovunque.

SABATO 3 MARZO PASSEGGIATA NOTAV

ritrovo alle 16.30 in p.Borsa


Per aggiornarsi sulle lotte: www.notav.eu www.notav.info

Appello per la generalizzazione dello sciopero del 9 marzo

www.scioperogenerale.org

Appello per la generalizzazione dello sciopero Fiom del 9 marzo
La Grecia non è lontana. Se Atene piange…Roma non ride!
GIU’ LE MANI DALL’ART.18!
Non un diritto non un posto di lavoro deve essere perso


Per sottoscrivere l’appello: adesioni@scioperogenerale.org


Si parla ogni giorno della crisi e delle ricette per uscirne. Eppure questa crisi la stiamo pagando principalmente noi lavoratori dipendenti, precari, donne, immigrati, disoccupati e pensionati a basso reddito che per anni abbiamo ingrassato col nostro lavoro flessibile, nocivo e malpagato le tasche di imprenditori, amministratori e speculatori.
È ormai evidente che nemmeno questo governo farà pagare la crisi a chi l’ha provocata, ma anzi cancellerà i nostri residui diritti e aumenterà l’insicurezza del futuro per salvare unicamente banche e imprese sostenendo i diktat della lettera della BCE.
In Grecia queste ricette stanno già provocando da mesi scioperi veri che bloccano il paese e una rivolta sociale contro i licenziamenti di massa, la disoccupazione alle stelle e la miseria crescente. Ma anche in Italia arriveremo presto a quelle condizioni con le manovre del governo Monti.
Con l’ultima controriforma delle pensioni lavoreremo fino alla soglia dei 70 anni mentre il 30% dei giovani è oggi senza lavoro e l’80% delle nuove assunzioni sono con contratti atipici. Come se non bastasse il nuovo governo vuole ora concedere alle imprese la libertà di licenziare per tre anni anche quei pochi neoassunti o stabilizzati che avranno un contratto a tempo indeterminato.
Così il governo Monti aprirà la strada alla cancellazione dell’articolo 18, preparerà la strada allo smantellamento del contratto nazionale (già attaccato dall’accordo del 28 giugno e dall’articolo 8 dell’ultima finanziaria di Berlusconi), procederà all’eliminazione degli ammortizzatori sociali come cassa integrazione (ordinaria straordinaria in deroga) e mobilità…e già si parla di introduzione della mobilità nel pubblico impiego!
QUESTO GOVERNO SPIANERA’ LA STRADA ALLE IMPRESE
PER AVERE MANO LIBERA SUI LICENZIAMENTI DI MASSA
Siamo quindi noi lavoratori flessibili e generazioni precarie gli unici che andranno veramente in “default” se continueranno ad essere applicate le politiche di austerity della BCE, i tagli e la cancellazione di diritti da parte del governo Monti e le controriforme della Confindustria!
Bene ha fatto la Fiom a proclamare lo sciopero generale di categoria per il 9 marzo per difendere l’art. 18 ed il contratto nazionale, contro le deroghe e per estendere le tutele a tutto il mondo del lavoro.
Ma la libertà di licenziamento riguarderà tutte le categorie e settori del lavoro!
Se cancellano un diritto a uno, lo tolgono a tutt*!
Tutti saranno coinvolti! Le lavoratrici ed i lavoratori pubblici e della scuola, del commercio e dei trasporti, i chimici ed i tessili, delle tlc o dei call center, delle cooperative e dell’edilizia…
Facciamo appello quindi che lo sciopero del 9 marzo
sia generalizzato a tutte e tutti dai sindacati di base con proprie piattaforme, da tutte le categorie della Cgil e dalle RSU di ogni settore.

Dobbiamo scendere in piazza e aprire una mobilitazione permanente fino al ritiro delle manovre di Monti e di qualunque delegazione sindacale dal tavolo di confronto con il Governo che ha il solo compito di affossare art.18 e ammortizzatori sociali.

Rossella Porticati, rsu Fiom Cgil Piaggio; Pasquale Loiacono, rsu Fiom Cgil Fiat Mirafiori; Stefano Birotti, rsu Fiom Cgil Fiat Pomigliano; Massimiliano Murgo, operaio Marcegaglia Buildtech; Nando Simeone, rsa Filcams Cgil Farmacap; Riccardo De Angelis, rsu Flmu Cub Telecom; Roberto Firenze, rsu Usb Comune di Milano; Federico Giusti, rsu Cobas Comune di Pisa; Le rsu Fiom Cgil della PERINI spa Lucca: Carlo Iozzi, Alessandro Zanni, Fabio Davide, Mario Citti e Roberto Casini; Le rsu Finder Pompe Spa Stabilimento Cerpelli (LU); Gigi Malabarba, operaio Alfa Romeo Arese in pensione; Francesco Cori, Coord. precari della scuola; Alberto Pantaloni, rsu Slc Cgil Comdata Torino; Stefano Quitadamo, cassintegrato Maflow Trezzano S/N (MI); Andrea Fioretti, Filcams Cgil appalti Selex Elsag; Rino Lamonaca a nome delle rsu del Politecnico di Torino; Coordinamento Precari nidi e materne del Comune di Torino; Collettivo Mirafiori Torino; La lista CGIL per elezioni RSU Dir. Gen. Monopoli di Stato; Andrea Cavola, esecutivo nazionale Usb Trasporto Aereo; Paolo Casole, operaio Fiom Cgil Piaggio Pontedera; Francesco Locantore, Direttivo Flc Cgil Roma e Lazio; Osvaldo Celano, rsu Flmu Cub Marcegaglia Buildtech; Alessandro Perrone, Fiom Cgil cassintegrato Eaton Monfalcone; Christian Di Nicola, Direttivo Fiom Cgil Roma Nord; Riccardo Filesi, coord. cassintegrati Alitalia; Spartaco Martinelli, rsa Filcams Cgil ipercoop Roma; Virginio Pilò, Cub Università di Bologna; Maurizio Bacchini, Fiom Cgil Baxter SpA Roma; Carlo Carelli, rsu Filctem Cgil Lodi; Claudio Simbolotti, Usb Ferrovie; Renato Pomari, rsu IBM Vimercate e direttivo Fiom Cgil Brianza; Italo Gentosi, Fiom Cgil Trenton Frassinoro (MO); Michele Salvi, rsu Usb Regione Lombardia; Emanuela Pulcini, rsa Pierreci Codess Cultura e direttivo Filcams Cgil Roma e Lazio; Deo Peppicelli, rsu Slai Cobas IBM Roma; Adriano Alessandria, ex-rsu Fiom Cgil Lear Grugliasco in mobilità; Nico Vox, rsu ospedale Don Gnocchi direttivo Fp Cgil Milano; Giovanni Evacuo, rsu Fiom Cgil Castelfidardo (MC); Federico Rossetti, rsu Slc Cgil Telecom Italia; Fabio Opimo, rsu Slc Cgil Telecom Italia; Marina Citti, Cgil Menarini SpA Pomezia; Gianluca Bontempi, ex-rsa Fisac Cgil licenziato Assicurazioni Generali; Maddalena Antonini, rsu Cgil FP Trieste; Paola Gasbarri, rsu Cobas Sanità Venezia; Achille Zasso, Rete 28 Aprile Milano; Massimo Dalla Giovanna, rsu Slc Cgil Ericsson Genova; Paola Tacconi, rsu Fisac Cgil  MPS Fano (PU); Luca Climati, rsu Usb INPS; Renato Caputo, Flc Cgil Roma; Marco Beccari, insegnante precario Roma; Luca Martinelli, rsu Sabo s.p.a e Direttivo provinciale Filctem Cgil Bergamo; Fabrizio Cottini, Fiom Cgil Sielte; Sante Marini, Fiom Cgil Alcatel Alenia; Marco Elia, Dottorando La Sapienza Coll. Resistenza Universitaria; Franca Treccarichi, Direttivo Regionale Cgil FP Piemonte; Fabrizio Montuori, lavoratore Vodafone Milano; Roberto Villani, Usb Scuola Roma; Sergio Falcone, Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi; Donatella Biancardi, rsu Usb Regione Lombardia; Aurelio Macciò, rsu Ministero della Salute e Direttivo FP Cgil Genova; Amedeo Testa, iscritto Cgil ENI Gas & Power Napoli; Emanuele Rota, rsu Filctem Cgil Bergamo; Donato Agosto, rsu FP Cgil Campobasso; Mario Mariani, SSC Roma; Simone Donnini, restauratore Nettuno (RM); Vincenzo Orlando, rsu Fiom Cgil Brembo; Valerio Tradardi, Spi Rete 28 Aprile nella Cgil Milano; Matteo Lenelli, operatore sociale Cusano Milanino (MI); Eugenio Viceconte, direttivo Slc Cgil Pomezia-Castelli; Alessandro Fico, rsu Fiom Cgil Irinox Conegliano (TV); Stefano Paterna, Cgil RAI Roma; Stefano Bezzeccheri, rsu Pieralisi Maip spa Jesi (AN) e direttivo Fiom Cgil Marche; Casimiro Animali, Fiom Cgil Pieralisi Maip spa Jesi (AN); Massimiliano Pera, direttivo Fiom Cgil Lucca; Gabriele Vesco, Cgil Rete 28 Aprile Venezia; Flavia Lepre, Flc Cgil Napoli; Massimiliano Spinello, rsu/-rls Fiom Cgil Luna Quinto Campocavallo Osimo; Bruno De Martinis, rsu Cobas Scuola Genova; Nicoletta Cibotti, Fiom Cgil Honda Italia; Gesuina Pili e Francesco Nieddu (Franceschino) Nuoro; Gigliola Corradi, direttivo regionale CGIL Veneto; Claudio Nalli, direttivo regionale Flc Cgil Lazio; Giorgio Ellero, subappalti Fincantieri Friuli-V.G; Silvia Cortesi, Fisac Cgil DB Gruppo Milano; Luciano Luca  Pasetti, rsu Filcams Cgil Carrefour market Milano; Flavio Guidi, rsu lista Cobas-Usb-Unicobas Istituto Amaldi Barcellona (Spagna); Cinzia Abramo, Flc Cgil Università di Perugia; Massimo Lolini, rsu Fiom Cgil Lucchini Piombino; Riccardo Dobrilla, Usb Unicredit; Chiara Giunti, bibliotecaria Firenze; Nando Marincione, coop. Capodarco/ASL RMC; Federico Olivieri, ricercatore precario Università di Pisa Flc Cgil; Daniele Morelli, operaio Fiom Cgil Lucchini Piombino; Federica D’Alessandro, direttivo Flc Cgil Roma e Lazio; Flora Cappelluti, Associazione Lombarda dei Giornalisti (Milano); Silva Benedetti, rsu Fiom Cgil LAG; Guido Sfondrini, rsu Usb Regione Lombardia; Monica Chiofi, rsa USI Zetema Roma; Maurizio Malta, coordinamento cassaintegrati Alitalia Filt Cgil; Marco Caffari, rsu Slc Cgil Telecom Italia; Patrizia De Giglio, rsu Flmu Cub SSC (gruppo Telecom); Annalisa Lombari, lavoratrice Telecom Italia Roma; Francesco Paolo Caputo, Flc Cgil Coordinamento Precari Scuola; Rochy Geneletti, macchinista ferroviere Trenord Bergamo; Claudio Meloni, Filcams Cgil Roma; Massimilianoo Lanciotti, rsu Flmu Cub Telecom Italia; Mariagrazia Perissin, insegnante scuola primaria Villesse (GO); Enzo Decorti, dipendente Comune di Villesse (GO); Angelo Pedrini, sindacalista Milano; Daria Faggi, Unione Inquilini Livorno; Fabio Gatto, infermiere Usb Sanità Livorno;; Davide Buoncristiani, rsa Usb; Alfonsina Palumbo, Direttivo regionale Fisac Cgil Campania; Angelo Mapelli, pensionato; Bob Fabiani, Blogger-Scrittore Roma; Fabrizio Fidati, rsu Usb Comune di Pistoia; Stefano Guarguaglini, insegnante Piombino; Stefano Mori, Usb Comune di Brescia; Giorgio Seconi, ABB SpA – Automation Products Division Milano; Anna Villa, Filctem Cgil; Angelo Imbrogno, insegnante Roma; Francesco Vitale, impiegato pubblico Bologna; Walter Aiello, ferroviere e direttivo Filt Cgil Emilia Romagna; Damiana Mele, rsu Fp Cgil osp. Don Gnocchi Milano; Fabio Bertinetti, rsu Slc Cgil Vodafone; Francesca Roncacci, rsu Slc Cgil Vodafone; Pietro Monticelli, rsu Flmu Cub Maflow Trezzamo S/N Milano; Enrico Giardino, Forum DAC; Dino Zucchini, lavoratore Telecom Italia Roma; Simone Servello, Flmu Cub operaio in mobilità Terex-Comedil; Andrea Bezeredy, rsu Fiom Cgil Ultraflex SpA Genova; Fabiano Fico, lavoratore Festa srl Gruppo SNAI; Gioacchino Genchi, FP Cgil Sicilia; Lucia G. Quagliano, Usi ricerca Roma; Massimo Trizio, insegnante precario; Gabriele Attilio Turci, Cobas Scuola Forlì; Gabriella Petrarulo, Comitato Cassaintegrati Alitalia “Overbooked”; Giorgio Massi, pensionato; Lia Didero, rsu Cgil Arpam Pesaro; Norma Bertullacelli, insegnante Genova; Gianpaolo Rosato, lavoratore Farmacap Roma; Paolo Nanut, giornalista pubblicista precario Sant’Andrea Gorizia; Stefano Boero, rsu/rls Università di Genova; Antonio Nicoli, impiegato INAIL ex ISPESL; Diego Negri, facchino; Antonietta Moras, SPI Cgil Roma; Giuseppe Vassallo, Dir. Filctem Cgil Genova “Aster spa Comune di Genova”; Luciano Impiccini, rsu Fiom Cgil Direttivo Prov. Teramo; Stefano Ulliana, insegnante precario Codroipo Udine; Elena Bega, rsu Fiom Cgil Siemens; Ines Caiazzo, docente Ministero Pubblica Istruzione Napoli; Gemma Gentile, Docente Napoli; Carlo Antonicelli, free lance; Felice Dileo, rsu Natuzzi Bari; Massimo Martorana, rsu Flai Cgil Coop.Sociale Il Trattore Roma; Luigi Sorge, Usb Fiat Cassino (FR); Antonello Tiddia, rsu Cgil Carbosulcis; Massimo Carlini, Direttivo XVI Lega Spi Cgil Roma Ovest; Ascanio Bernardeschi, Volterrra (PI); Edvino Ugolini, Rete Artisti contro le guerre; Giggi Dromedari, rsu Cgil Asl Rm G; Paola Slaviero, insegnante in pensione Spi Cgil Roma; Calogero Cannarozzo,  FP Cgil Medici Livorno; Ettore Zerbino, Medico Psichiatra Roma; Amilcare Pucci, Cgil Colgate Palmolive; Raffaele Simonetti, Milano; Mirca Franchi, Alma Mater Studiorum Università di Bologna; Adriana Dadà, Flc Cgil Firenze; Alessandro Terracciano, funzionario Agenzia delle Dogane Roma; Daniela Fiaschi, lavoratrice dell’ Università di Pisa; Rolando Graziosi, Tecnico INAIL ex ISPESL; Ugo Sindici, assistente di volo Alitalia CAI; Domenico Stratoti, Filcams Cgil Roma e Lazio; Donato Romito, rsu Unicobas Scuola Pesaro; Luisa Stendardi, funzionario pubblico Cgil Fp Roma; Simone Tazzioli, lavoratore c/o AUSL di Modena; Alberto Napoli, Usb Pubblico Impiego Pisa; Leonardo De Angelis, rsu Sistemi Informativi Roma; Leonardo Favaro, rsu Gruppo SME SpA e direttivo Filcams Cgil Treviso; Isidoro Migliorati, rsu Usb MEMC SpA Novara; Francesca Fabbri, Diretti Provi Filcams Cgil Genova; Vilma Gidaro, rsu MiBAC – ICCU direttivo FP Cgil Roma-Centro; Gino Parisotto, Fisac Cgil Vicenza; Donatello Santarone, professore associato Università degli Studi “Roma Tre” e Coordinatore del Cesme; Sandro Moneta, FP Cgil Roma Sud; Lutz Kühn, Fiom Cgil ex-Nokia Siemens in mobilità; Massimo Filippini, direttivo Filcams Cgil Genova; Paolo Consolaro, pensionato scuola Vicenza; Ilario Germinario, Usb\AS.I.A Grosseto; Luisa Gaetti, Fisac Cgil Monte Paschi (Roma).

martedì 28 febbraio 2012

SIAMO TUTT@ NO TAV!

Dopo gli arresti, le denunce e le cariche ieri mattina la repressione contro il movimento No Tav ha raggiunto il suo picco più elevato. Luca Abbà , uno degli attivisti più noti e proprietario di uno dei terreni da espropiare, è attualmente ricoverato al Cto di Torino. Luca era salito su un traliccio dell'alta tensione, inseguito dai gloriosi “Cacciatori di Calabria”, una specie aggressiva di carabinieri, è stato obbligato a salire più in alto ed è caduto da una decina di metri dopo essere stato folgorato. Tutto questo è avvenuto poco dopo che la polizia in assetto antisommossa è uscita dalle reti ed ha circondato la Baita Clarea intimando ai No Tav di andarsene.

La repressione contro il movimento No Tav è ormai parte integrante della strategia di questo governo. E’ evidente che lo “stato di eccezione” in cui più volte viene inquadrato l’agire del governo Monti comprende in primis l’esercizio senza limiti della repressione dei movimenti e in particolare di un movimento, come quello della No Tav, che sta opponendo una resistenza efficace al progetto di distruzione del proprio territorio e che, soprattutto, gode di un consenso ampio non solo in Val di Susa ma in tutta Italia, come dimostrano i presidi che sono stati fatti ieri in moltissime città. E ormai evidente che la repressione che si sta attuando in Val di Susa fa parte di una strategia ben precisa di un governo che non tollera nessuna forma di dissenso ed è un chiaro avvertimento per tutti i movimenti e le lotte che hanno nella No Tav un punto di riferimento.

Sinistra Critica continuerà ad appoggiare ed a partecipare a tutte le iniziative che verranno promosse da movimento No Tav.

Siamo vicini alla famiglia, agli amici e ai compagn@ di Luca.

Siamo tutt@ No Tav!

Esecutivo Nazionale Sinistra Critica

domenica 26 febbraio 2012

Dal Comitato greco contro il debito

Atene, 17 febbraio 2012

Care/i amiche/amici, care/i compagne/i,
noi, in quanto Comitato greco contro il debito, prendiamo l'iniziativa di rivolgerci a voi tutti, proponendo di decidere, preparare e organizzare una grande, unitaria, combattiva giornata europea di solidarietà di massa con il popolo greco e, nello stesso tempo, di azione contro le politiche di austerità, di privatizzazione e di smantellamento dei servizi pubblici in tutta Europa, giornata che abbia come parola d'ordine l'annullamento del debito pubblico greco. Il motivo della nostra proposta è evidente: prendendo il debito greco come pretesto. la Troika, cioè il FMI, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea hanno trasformato la Grecia in un laboratorio per politiche di austerità barbare, inumane, antidemocratiche e antisociali. Nel testare la capacità di tenuta e di resistenza del popolo greco, che è stato trasformato in cavia, la Troika apre la strada alla generalizzazione dell'applicazione di queste stesse politiche ovunque in Europa. D'altra parte, oggi, due anni dopo l'avvio di questa aggressione frontale contro la "cavia" greca, non può più esserci il minimo dubbio: nelle strade e nelle piazze greche non è in gioco solo la sorte della società greca, della sovranità nazionale e della democrazia greche, così violentate, la sorte del popolo greco, dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati, dei giovani, delle donne e di tutti gli oppressi del nostro paese. E' in realtà in gioco anche la sorte dell'immensa maggioranza dei cittadini europei, a cui la Troika, la reazione antidemocratica e il grande capitale stanno preparando la stesso futuro.
Allo sì, non abbiamo paura di dire: la Grecia in lotta del 2012 tende a divenire per l'Europa di oggi quello che è stata nel 1936 la Spagna per l'Europa di "chi sta in basso"! Nel 1936, c'è stata la sconfitta perché la resistenza spagnola al fascismo trionfante è rimasta tragicamente sola e senza aiuti. Inutile che vi si ricordino le terrificanti conseguenze della sconfitta della "cavia" spagnola e le piaghe che sono rimaste aperte fino ad oggi.
La domanda che vi rivolgiamo, perciò, è semplice: siamo disposti ad accettare oggi che la storia si ripeta, possiamo accettare una schiacciante sconfitta della "cavia" greca che avrebbe conseguenze tragiche e a lungo termine per tutti i popoli e per tutti i lavoratori europei?
Care/i amiche/amici, care/i compagne/i,
siamo certi che la vostra risposta sarà un chiaro NO. Ma questo non è più sufficiente nella situazione attuale. Nel momento in cui il tempo incalza disperatamente, perché il popolo greco non ha margini illimitati di resistenza di fronte a un nemico di classe internazionale superarmato e molto ben organizzato e coordinato, la manifestazione richiede una prima manifestazione europea di solidarietà con atti diretti, sonori e di massa. In altri termini, abbiamo bisogno di una mobilitazione su scala europea di "chi sta in basso", che avrebbe una duplice funzione: da un alto, mostrare ai greci in lotta che non sono soli, che la loro lotta fa parte di una lotta più vasta di tutti gli oppressi europei e, dunque, che hanno più possiilità di vincere; dall'altro lato, sarebbe il primo passo e il ponto di partenza per creare e sviluppare il movimento europeo di resistenza di massa di cui abbiamo tutti un così grande bisogno!
Avendo tutto ciò in testa, crediamo, care/i amiche/amici e compagne/i, che l'incontro del 7 aprile a Bruxelles delle campagne sull'audit dei paesi europei e dell'Africa del Nord offra la migliore occasione per discutere ma anche per adottare e far avanzare la nostra proposta, perché sia appoggiata dal maggior numero possibile di movimenti e di forze sociali, sindacali e poliche del continente...
Con la speranza di un vostro positivo accoglimento di questa nostra, attendiamo la vostra risposta, così come ogni altra idea, proposta e iniziativa.
Fraterni saluti.

Il Comitato greco contro il debito
www.contra-xreos.gr

venerdì 24 febbraio 2012

Obama, i democratici e le misure di repressione

Eric Ruder*

I colpi di manganello della polizia, l’odore dei gas lacrimogeni e lo spettacolo di arresti di massa sono diventati anche troppo abituali in parecchie città degli Stati Uniti, nell’autunno 2011 e durante questo inverno 2012.

Queste pratiche sono state la risposta delle autorità alla crescita del movimento Occupy e alla sua contestazione della ricchezza e dei privilegi politici dell’1%. Le scelte tattiche del movimento Occupy implicavano l’istallazione di accampamenti pacifici , come pure l’organizzazione di manifestazioni di massa. Si ritiene che questi due tipi di pratiche siano garantite dal Primo emendamento [della Costituzione, datante del 1791]. Questo emendamento è noto con il nome di Bill of Rights. Proibisce al Congresso degli Stati Uniti – e, di fatto, alla legislazione dei vari Stati come pure ai poteri esecutivi e alle istanze giudiziarie – di adottare leggi che limitino la libertà di espressione, quella della stampa o, anche, il diritto di “riunirsi pacificamente”.

Ciononostante, in poche settimane, gli esecutivi municipali delle città dalla costa orientale alla costa occidentale degli Stati Uniti hanno inviato la polizia antisommossa – che faceva un uso regolare delle sue manette di plastica (che interrompono la circolazione sanguigna ai polsi) e che prelevava dai giubbotti antiproiettile – a molestare ed arrestare i manifestanti del movimento Occupy e ad espellerli dalle strade.

Col pretesto delle preoccupazioni per la “salute e la sicurezza pubblica”, tutti i sindaci hanno ordinato alla polizia di evacuare gli accampamenti. Questa giustificazione suona strana alle orecchie poiché, anno dopo anno, proprio questi sindaci hanno praticato tagli budgetari nelle finanze degli ospedali pubblici, ridotto gli aiuti sociali per il riscaldamento, e chiuso centri per senza tetto. Pratiche che hanno realmente messo in pericolo la “salute e la sicurezza pubblica”, e ciò per milioni di Americani.

Il numero totale di arresti di attivisti del movimento Occupy ammonta attualmente a 6477, a partire dal 17 settembre 2011.

Il trattamento di cui il movimento Occupy è stato oggetto da parte dei rappresentanti eletti e l’applicazione della legge da parte degli stessi inviano agli attivisti un messaggio senza equivoci: “Avete senz’altro diritto alla libertà di espressione, ma se cercate di farne uso, faremo tutto quel che in nostro potere per impedirvelo!”

Questo attacco implica pure da parte dei rappresentanti eletti – di cui la maggior parte sono membri del Partito democratico, che proclama il suo sostegno ai diritti dei lavoratori – l’utilizzazione di tutte le risorse della legge per poter infierire a volontà contro i manifestanti.


A Chicago, dove la NATO e il G20 (il club dei governi più potenti del mondo) dovranno riunirsi nell’ambito di un vertice congiunto nel maggio 2012, il sindaco della città, Rahm Emmanuel, è andato ancora più lontano [Rahm Emmanuel è stato eletto sindaco di Chicago nel febbraio 2011, è entrato in funzione nel maggio 2011; rappresentante democratico dal 2003 al 2009 del 5° distretto dell’Illinois alla Camera dei rappresentanti; è stato capogabinetto di Barack Obama da gennaio 2009 a ottobre 2010. Ha mantenuto sempre la doppia cittadinanza statunitense e israeliana NdR]. Tra le proposte che ha sottoposto al Consiglio municipale ne spiccano particolarmente due: di fatto il divieto per due persone di portare uno striscione o, per altri, di far uso di un megafono ; questo senza aver avuto un’autorizzazione tramite precisa domanda scritta con un mese di anticipo, costituirebbe una violazione della legge.

La sera di San Silvestro, Barack Obama ha firmato il National Defense Authorization Act, che dà al presidente il potere di porre in detenzione dei cittadini americani per una durata indefinita senza prove a carico. Si tratta di una nuova tappa degli attacchi contro i diritti e le libertà civili, che sono stati inaugurati dalla famosa “guerra contro il terrorismo” di George W.Bush, ma che è stata proseguita dall’amministrazione democratica di Barack Obama.

Durante lo stesso periodo, il governo federale ha sborsato più di 34 miliardi di dollari per equipaggiare le polizie locali, come se fossero dei piccoli eserciti, con materiale di tipo militare. Sotto pretesto di preparare questi corpi di polizia a “scenari di lotta contro il terrorismo”, persino città addormentate come Fargo – Stato del Dakota del Nord – hanno acquistato veicoli blindati, fucili d’assalto e caschi Kevlar [marchio depositato per certe fibre sintetiche molto resistenti utilizzate in particolare per l’esercito]. La contea di Montgomery, nel Texas, ha schierato recentemente un drone di sorveglianza – aereo senza pilota – del costo di 300'000 dollari, dello stesso tipo di quelli utilizzati dall’esercito americano in Pakistan e in Afganistan.

Nessuno può pensare seriamente che Fargo possa costituire un bersaglio per dei “terroristi”. Sorge allora la domanda: perché città con dei budget in crisi vorrebbero sobbarcarsi simili spese, enormi, per acquistare e mantenere tali arsenali.

La risposta: è l’emergenza di un potente movimento sociale in un’epoca di crisi sociale che costituisce una “minaccia” contro la quale è meglio prepararsi.

I politici utilizzano invariabilmente ogni possibilità per ringraziare “le nostre donne e i nostri uomini in uniforme” di proteggere le “libertà che ci sono care”. Quante volte questo tipo di retorica è stato usato per gettare il discredito su coloro che criticano la guerra?

L’ironia risiede tuttavia nel fatto che i dispiegamenti militari degli Stati Uniti all’estero sono sempre stati accompagnati da restrizioni delle libertà civili nel paese. In effetti, il governo federale si prepara a rispondere alle mobilitazioni popolari contro i suoi obiettivi di guerra – e alla necessità di operare dei tagli di bilancio per finanziare le spese militari – con arresti, infiltrazioni [poliziesche] e l’imprigionamento dei “sobillatori”.

Durante la Prima Guerra mondiale, il socialista Eugene Victor Debs [1855-1926] è stato imprigionato a causa dei discorsi appassionati che ha pronunciato contro la guerra. Durante la Seconda Guerra mondiale, il governo ha adottato delle leggi contro i radicali, come lo Smith Act (1). Nel corso della guerra contro il Vietnam, l’FBI ha spiato, infiltrato e seminato la discordia in seno ai movimenti contrari alla guerra, che si battevano per i diritti civili [degli Afroamericani] e per il Black Power.

In verità, lungo tutta la storia americana, il riconoscimento del diritto “alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità” che figura nella Dichiarazione di Indipendenza [degli Stati Uniti, testo datante del 1776] non è mai stata offerto di buona voglia, ma è stata piuttosto concesso a malincuore. Sin dall’inizio [della storia degli Stati Uniti indipendenti], i “Padri fondatori” ebbero paura del “regno delle folle” e hanno cercato di limitare il diritto di voto degli uomini – e solo degli uomini – riservandolo il più possibile a dei proprietari come loro, ai quali si poteva dare fiducia per il loro “giusto discernimento”.


Nel corso della Rivoluzione americana, John Adams, [secondo presidente degli Stati Uniti tra il 1797 e il 1801] mise in guardia contro ogni tentativo di “estendere la qualità degli elettori. Altrimenti, non si saranno più limiti […].Le donne chiederanno di votare. I giovani tra i 12 e i 21 anni penseranno che i loro diritti non sono sufficienti, e ogni uomo, che non ha nemmeno un soldo, rivendicherà una capacità uguale a qualsiasi altro uomo di pronunciarsi sugli atti dello Stato. Ciò finirà per confondere e distruggere tutte le distinzioni e ad abbassare tutti i ranghi allo stesso livello”. [Lettera a James Sullivan, 26 marzo 1776].

Alexander Hamilton, un altro “Padre fondatore”, ha espresso il suo accordo con l’approccio di Adams. “Ogni comunità è divisa tra i pochi e la moltitudine”, ha scritto. “I primi sono composti dai ricchi e da chi ha origini nobili; il secondo dalla massa del popolo”. La soluzione avanzata da Hamilton: mentre le masse “turbolente”, sprovviste di proprietà, “giudicheranno e formuleranno le leggi raramente”, i ricchi dovranno disporre di una “partecipazione distinta e permanente nel governo[degli affari del paese]”.

Questa avversione contro una democrazia piena e intera non è particolare dei democratici autoproclamati d’America. “ Il suffragio universale metterebbe in pericolo tutti gli scopi per i quali esiste il governo”, ha scritto lo storico britannico del XIX secolo e politico conservatore Lord Macaulay. E aggiungeva:”E sarebbe completamente incompatibile con l’esistenza della civilizzazione”.

Per afferrare la relazione complessa tra democrazia e capitalismo, sarebbe necessaria una messa in prospettiva storica. Non è il momento di farlo qui. Ma un elemento può essere sottolineato: non bisogna confondere in modo semplicistico democrazia e diritti democratici. In questo sistema, la proprietà privata enorme e concentrata – dalle grandi banche, assicurazioni fino alle grandi imprese industriali o di distribuzione – si eleva come un limite netto all’estensione dei diritti democratici della maggioranza dei salariati. Da qui la viva reazione repressiva di fronte a coloro che, tendenzialmente, mettono in questione il potere gigantesco – economico, e quindi anche politico – dell’1%.

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* Il testo, in francese, è apparso sul sito www.alencontre.org. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà (Ticino)

note:
1. Approvato nel 1940, sotto F.D.Roosevelt, lo Smith Act – o Alien Registration Act – implicava: 1. la persecuzione penale contro coloro che affermavano che bisognava rovesciare il governo; il che permise di arrestare dei socialisti rivoluzionari, dei comunisti (staliniani) e anche alcuni fascisti. 2. A questo si aggiungeva l’obbligo per tutti i residenti che non fossero cittadini americani di iscriversi presso l’amministrazione federale; più di 4,7 milioni hanno dovuto farlo. Il trattamento applicato ai residenti – compresi i cittadini americani – di origine giapponese è più noto: campi di internamento, ecc.
Queste misure non devono sorprendere gli Svizzeri che non realizzano che il Controllo abitanti, quale istituzione elvetica e patriottica, non ha uguale se non nelle analoghe istituzioni sotto il regime nazista e staliniano. Questo Controllo abitanti obbligava, ancora non molto tempo fa, un “Friburghese” che andava a vivere a Ginevra di dichiararsi subito al Controllo abitanti di Ginevra. Riceveva un permesso di dimora per Svizzeri, rinnovabile!
Quanto agli aspetti del Controllo abitanti “riservati” agli “stranieri” e alla “polizia degli stranieri” che l’accompagna, lasciano apparire l’Alien Registration Act come una misura più che “giusta”. Ora, il suo carattere anticostituzionale è stato riconosciuto (negli Stati Uniti) nel 1957. Ma non è stato abrogato.

mercoledì 22 febbraio 2012

Assemblea cittadina sulla crisi greca

riceviamo e volentieri segnaliamo:

ASSEMBLEA CITTADINA SULLA CRISI GRECA,
GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO
SALA DI VIA SAN FRANCESCO 2 , ORE 16

L’Unione degli Studenti lancia assieme a Fiom, Giovani Comunisti, Cobas, Arci, Casa delle Culture, Comitato No Debito e Comitato pace e solidarietà Danilo Dolci un’assemblea pubblica cittadina, che vuole essere un momento di riflessione collettiva e propositiva, nella giornata di Giovedì 23 Febbraio, nella sala di Via San Francesco 2, alle ore 16.

Da oramai 3 anni il tracollo del sistema finanziario, i piani di salvataggio, il contagio nei confronti dell’economia reale e produttiva hanno provocato una crisi di quasi tutti i settori, che per la prima volta ha avuto conseguenze evidenti in ogni continente abitato del pianeta.
L’Europa, frammentata economicamente e politicamente, è una catena fragile, il bersaglio prescelto per le speculazioni, e l’anello più debole è la Grecia.
La situazione disastrata del debito pubblico, l’incapacità di risolvere le proprie difficoltà all’interno del circolo della democrazia rappresentativa e socialdemocratica hanno fatto si che si avviasse un processo di esproprio di sovranità da parte dei mercati nei confronti del popolo.
Con il duplice obbiettivo di salvaguardare la stabilità del sistema finanziario-capitalista un governo tecnico sostenuto dalle forze conservatrici e da sedicenti socialisti sta applicando ora un piano di austerity che porta lo stato greco a livelli di diritti sociali e sindacali ottocenteschi, con la chiara idea di riportare il suo sistema economico ad essere concorrenziale a livello industriale e produttivo, verso uno fase precedente del capitalismo. Ma per spiegare la situazione della Grecia non serve conoscere grandi teorie economiche o finanziarie. Basta dare un'occhiata a numeri impressionanti: dall'aumento della disoccupazione a quello della mortalità, dal tasso di suicidi a quello di abbandoni minorili.

Ma il popolo greco resiste: forze di opposizione movimentiste, sindacali e partitiche hanno dato vita ad una lotta di classe ostinata e diffusa, dagli espropri all’autogestione collettiva dei beni comuni, allo scontro militare con le forze dell’ordine, raggiungendo un livello di consenso molto alto.
Nonostante le pratiche diverse a seconda delle varie aree, nettamente divise tra loro, e apparentemente incapaci finora di unire il fronte,il conflitto ha raggiunto livelli tali da allarmare più volte mercati ed istituzioni sistemiche.

E da qui a poco più di un mese sono attese le elezioni, elezioni che vedono i partiti anticapitalisti attorno al 40% dei consensi.

Che prospettive si aprono ora per il popolo greco, quali misure nel dettaglio hanno trascinato l’economia in tale baratro, quali sono le forze in campo in entrambi gli schieramenti, come la lotta oltremare si lega alle nostre? Molte sono le domande che chiunque nell’opposizione al sistema vigente trovi la propria natura ha l’obbligo di porsi.

Le bugie sull'articolo 18

Un appello per riportare alla luce le "verita' nascoste" sull'articolo 18. E' l'iniziativa, nata a Bologna, che nel giro di una settimana ha raccolto 104 adesioni tra avvocati, ricercatori e docenti di diverse citta' italiane (tra loro anche un ex magistrato, Sergio Mattone, presidente emerito della sezione Lavoro della Corte di Cassazione).
"In materia di licenziamenti ed articolo 18 ci sono tanti 'tuttologi' che si sentono in dovere di dire qualcosa ma troppo spesso dicono cose non vere", spiega l'avvocato Alberto Piccinini, promotore dell'iniziativa con la collega Antonella Gavaudan, che ha presentato l'appello nella sede della Cgil bolognese. Oltre che dai giuslavoristi sono arrivate altre "centinaia" di adesioni da lavoratori e sindacalisti, ma per ora l'idea è di circoscrivere l'appelo ai tecnici del settore: i promotori stanno ancora valutando se inviare il testo al ministro Elsa Fornero e al tavolo aperto con i sindacati.
L'obiettivo intanto e' quello di smentire "il falso luogo comune secondo cui in Italia non si può licenziare", continua Piccinini, ricordando che, per motivi economici e seguendo le apposite procedure, per gli imprenditori "non c'e' alcun limite o divieto" in questa direzione. Superare il "baluardo" dell'articolo 18, però, "limiterebbe i poteri del giudice" non certo di valutare la scelta industriale di un imprenditore, quanto la legittimità giuridica di un licenziamento: in altre parole, di verificare "se quanto scritto nella lettera di licenziamento corrisponde a verità", sintetizza Piccinini. Senza questa possibilità sarebbero meno garantiti sia il posto di lavoro in quanto tale che più in generale i diritti di chi lo occupa, perché l'articolo 18 "fa sì che i lavoratori possano tenere la testa alta e rivendicarli".
Inoltre, pur eliminando l'articolo 18 per i soli nuovi rapporti di lavoro, il rischio - per i firmatari dell'appello - è che questa tutela venga tolta "anche a lavoratori di 50 anni", avverte Piccinini, considerando i tanti costretti in questo periodo a cercare una nuova occupazione dopo aver perso il posto: si ritroverebbero "come in un rapporto di lavoro in prova, durante il quale sei sottoposto ai peggiori ricatti". Da Bologna, dunque, si vuole "lanciare un allarme sulla colossale mistificazione" in atto in materia di articolo 18, aggiunge il segretario della Cgil bolognese, Danilo Gruppi. Due, per Gruppi, le categorie protagoniste di questa operazione: i "furbi" che vorrebbero far tornare il mercato del lavoro "al Medioevo" e poi gli "stupidi" che si accodano, dicendo ad esempio che bisogna superare certi "tabù" (riferimento velato, ma non troppo, all'ex segretario del Pd, Walter Veltroni). "Veniamo da 20 anni di precarizzazione" e questo non ha fatto aumentare l'occupazione, ricorda Gruppi: al contrario, "stanno dilagando i licenziamenti per motivi economici a dimostrazione del fatto che non c'è alcun bisogno di aumentare la libertà di iniziativa unilaterale delle imprese".
Solo a Bologna e solo prendendo in considerazione i licenziamenti di oltre cinque persone nelle aziende con più di 15 dipendenti, tra mobilità e disoccupazione, secondo la Cgil nel 2011 sono almeno 2.000 i lavoratori che hanno perso il posto per motivi economici. Con la sensazione che le imprese ne approfittino "per fare un po' di pulizia pasquale- aggiunge Gruppi- liberandosi di chi dà più fastidio".
Altra "grossa bugia" da sfatare è che le tutele previste dall'articolo 18 rappresentino "una mosca bianca" tutta italiana, sottolinea Gavaudan, ricordando che strumenti paragonabili sono vigenti "in tutta Europa". Anzi, parlando di tutele in uscita dal lavoro "la media europea è più alta", aggiunge Piccinini. A tutto questo si aggiunge "l'altra baggianata del ministro Fornero", incalza Gruppi, sul superamento della cassa integrazione straordinaria: significherebbe che "decine di migliaia di persone passerebbero automaticamente dalla cigs alla disoccupazione", avverte il segretario della Cgil bolognese.
Tornando all'articolo 18, Piccinini ricorda che in realtà sono pochi i casi in cui si arriva realmente ad un rientro sul posto di lavoro dopo il licenziamento: nel 2010, anno di picco, l'esperienza del legale bolognese parla di una decina di casi.
(agenzia Dire)

martedì 21 febbraio 2012

Omaggio a Daniel Bensaïd



Daniel Bensaïd, tra i leader del Maggio francese '68 e dirigente della Ligue Communiste Révolutionnaire e della Quarta Internazionale, è stato uno dei maggiori filosofi marxisti contemporanei.
Per chi volesse saperne di più su questo straordinario compagno, segnaliamo la sua autobiografia “Una lenta impazienza”, da qualche giorno disponibile in libreria.

lunedì 20 febbraio 2012

Riprendiamoci la Cassa Depositi e Prestiti

Marco Bersani (dal manifesto del 19/02/2012)

L’analisi espressa, con usuale lucidità, da Guido Viale nel suo articolo La Grecia siamo noi» ( il manifesto del 17/2/2011), andrebbe a mio avviso integrata con una riflessione da aprire a tutto campo su come sia possibile finanziare i necessari cambiamenti che volenti perché collettivamente ci riprendiamo in mano il nostro destino – o nolenti – se continuiamo a credere alle favole del governo dei professori dovremo affrontare. A chi continua a ripetere come un mantra «i soldi non ci sono» occorre certo rispondere con l’argomentazione che una diversa finalizzazione della fiscalità generale – drastica riduzione delle spese militari in primis – renderebbe disponibili risorse oggi non utilizzabili. Ma allo stesso tempo occorre contestare l’assunto in quanto palesemente falso. Perché i soldi ci sono, sono tanti e più che sufficienti per invertire la rotta, chiudendo definitivamente con le politiche liberiste e iniziando a costruire un altro modello sociale, basato sui diritti collettivi, sulla riappropriazione sociale dei beni comuni, sulla riconversione ecologica e democratica dell’economia.
Dodici milioni di persone affidano i propri risparmi a Poste Italiane, attraverso i libretti di risparmio e i buoni fruttiferi. La massa di questi risparmi viene raccolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che, dalla sua nascita nel 1860 e fino al 2003, la utilizzava per permettere agli enti locali territoriali di poter fare investimenti con mutui a tasso agevolato. Nel 2003, la Cassa Depositi e Prestiti è stata tramutata in società per azioni e nel suo capitale societario sono entrate (30%) le fondazioni bancarie. Da allora, la Cassa Depositi e Prestiti si è progressivamente trasformata in una merchant bank che continua a finanziare gli enti locali ma a tassi di mercato e che investe in diversi fondi con finalità di profitto. La massa di denaro mossa annualmente dalla Cassa Deposti e Prestiti è enorme: circa 250 miliardi di euro, con una liquidità disponibile di quasi 130 miliardi di euro; si tratta di gran lunga della “banca” più solida e nello stesso tempo più “liquida” del Paese. E allora alcune riflessioni diventano necessarie.

1. La natura di bene comune della Cassa Depositi e Prestiti risulta evidente dalla provenienza del suo ingente patrimonio, che per oltre l’80% deriva dalla raccolta postale, ovvero è il frutto del risparmio dei lavoratori e dei cittadini di questo Paese. Tale natura è del resto anche giuridicamente sostenuta dall’art.10 del D. M. Economia del 6 ottobre 2004 (decreto attuativo della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni ) che così recita: «I finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti rivolti a Stato, Regioni, Enti Locali, enti pubblici e organismi di diritto pubblico, costituiscono servizio di interesse economico generale . Il paradosso risiede nel fatto che, mentre si afferma ciò, la Cassa Depositi e Prestiti è stata trasformata in una società per azioni a capitale misto, la cui parte privata (30%) è appannaggio delle fondazioni bancarie, facendo sorgere un’inevitabile prima domanda: come possono un ente di diritto privato (tale è la SpA) e soggetti di diritto privato presenti al suo interno, come le fondazioni bancarie, decidere per l’interesse generale?

2. Pur continuando la Cassa Depositi e Prestiti a mantenere, tra i settori principali delle proprie attività, quello “tradizionale” relativo al finanziamento degli investimenti degli enti pubblici, con la trasformazione in SpA, questa attività deve avvenire assicurando un adeguato ritorno economico agli azionisti. Come recita l’art. 30 dello Statuto della società «Gli utili netti annuali risultanti dal bilancio (..) saranno assegnati (..) alle azioni ordinarie e privilegiate in proporzione al capitale da ciascuna di esse rappresentato». E la relazione annuale societaria, relativa al 2010, dichiara con soddisfazione la chiusura del bilancio con un utile netto di 2,7 miliardi di euro, nonché il fatto di aver garantito agli azionisti, dall’avvenuta privatizzazione ad oggi, un rendimento medio annuo superiore al 13%. Se l’unità di misura delle scelte di investimento è la redditività economica delle stesse, è evidente il “vulnus” di democrazia rispetto alla loro qualifica di servizio di primario interesse pubblico.

3. Altrettanto paradossale appare il fatto che, con la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti, siano state proprio le fondazioni bancarie quelle chiamate a partecipare al capitale sociale della nuova società per azioni. Le fondazioni bancarie sono spesso i principali azionisti delle banche di riferimento, con le quali la Cassa Depositi e Prestiti fino ad allora competeva, fornendo agli enti pubblici risorse finanziarie a condizioni più convenienti. Sarà forse un caso che da allora, attraverso una scelta di elevati tassi di interesse sui mutui accesi, le condizioni di finanziamento privilegiato da sempre rivolte agli enti pubblici siano progressivamente svanite, spalancando le porte degli stessi all’indebitamento coi mercati finanziari?

4. Se più dell’80% delle entrate della CDP SpA deriva dal risparmio dei lavoratori e dei cittadini, si pongono problemi rilevanti di diritto all’informazione e di diritto alla partecipazione alle scelte di destinazione degli investimenti. Se infatti per 150 anni la destinazione al finanziamento degli investimenti degli enti locali territoriali era scontata (e tacitamente condivisa dai cittadini “prestatori”), con la trasformazione di Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni nasce una questione ineludibile di democrazia partecipativa: i lavoratori e i cittadini devono avere voce sulla destinazione dei soldi prestati e partecipare all’indirizzo delle scelte sugli investimenti da intraprendere , ad esempio ponendo vincoli di destinazione a finalità sociali ed ambientali degli stessi.

5. Appare sempre più evidente come Cassa Depositi e Prestiti SpA, pur continuando a raccogliere i fondi dal risparmio dei cittadini e dalle necessità di investimento degli enti locali territoriali, sia oggi un vero e proprio fondo sovrano, con un intervento a largo raggio nell’economia e sui mercati finanziari di tutto il mondo Quella stessa economia e finanza di mercato messa alle corde dalla crisi sistemica in corso e dalla perdita di consenso fra le persone, come i referendum sull’acqua e i beni comuni dello scorso giugno hanno pienamente dimostrato. D’altronde , i temi della riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni da una parte e di una nuova finanza pubblica dall’altra sono fra loro strettamente connessi: chiedendo la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, il movimento per l’acqua afferma le necessità di una nuova fiscalità generale e di nuovi strumenti di finanza pubblica; allo stesso modo, la rivendicazione di una nuova finanza pubblica rimanda immediatamente a beni comuni da affermare come indisponibili al mercato e a servizi pubblici di qualità da garantire a tutte e tutti. Sono tutte riflessioni che hanno indotto Attac Italia e molti altri soggetti singoli e associativi ad avviare lo studio di una campagna per la socializzazione del sistema creditizio e per la riutilizzazione con finalità sociali e ambientali dell’enorme quantità di soldi raccolta dalla Casa Depositi e Prestiti e oggi destinata a ben altri scopi. Riappropriarsi collettivamente di questo denaro diviene la precondizione per poter indirizzare e finanziare il cambiamento necessario, immaginare un’altra uscita dalla crisi, rendere effettiva la ripubblicizzazione di beni comuni come l’acqua, realizzando concretamente quanto deciso dalla maggioranza assoluta del popolo italiano con la straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011. Tutti assieme è possibile.

- Riprendiamoci la cassa dossier a cura di Attac Italia

sabato 18 febbraio 2012

Al via la campagna “Sbanca la banca”



Rivolta il debito propone di iniziare a sanzionare le banche responsabili della crisi. Con il metodo più semplice del mondo: togliendo i propri soldi e scegliendo strade alternative. Obiettivo: una Banca nazionale pubblica e il non pagamento del debito

- Video Parte la campagna Sbanca la banca!
- l'articolo su Repubblica
- le foto su Repubblica
- l'articolo su il Fatto quotidiano

Grecia: ristrutturare, rivedere o cancellare il debito?

OKDE-Spartakos*

Sin dall' inizio della crisi del debito pubblico greco, tre diverse richieste sono state avanzate dai movimenti della sinistra e dei lavoratori: quelle di ristrutturare (e quindi ridurre), di rivedere, o di cancellare il debito. Questa non è solo una questione di slogan, ma implica anche differenti strategie politiche. OKDE-Spartakos, così come ANTARSYA, hanno optato per la terza scelta, nonostante le contraddizioni da questa implicate.

La prima richiesta è stata presentata dal Synaspismos (e quindi dalla maggiorparte di SYRIZA) e, in una versione più conservatrice, dalla sinistra democratica di Fotis Kouvelis. Il concetto è quello di negoziare con i creditori in modo di cancellare parte del debito, così che questo possa diventare ancora una volta sopportabile. Nondimeno, ciò è all'incirca quello che sta succedendo proprio ora, su iniziativa del governo e dell'unione europea, essendo ovvio che l' intero debito non potrà mai essere risanato. Per questo, i creditori preferiscono perdere parte del loro profitto che perderlo tutto, simultaneamente venendo ricompensati con nuove e più benevole condizioni per futuri investimenti (bassi stipendi, rapporti di lavoro deregolati, eccetera). Questo tipo di negoziato è un progetto esplicitamente borghese, ed è il solo vero processo di “ristrutturazione”. Per questo la proposta di ristrutturare il debito ha presto perso credibilità come componente di una risposta favorevole ai lavoratori, ed ha posto i partiti che ne erano a favore in una situazione piuttosto imbarazzante.
C' è bisogno di discutere di più sulla richiesta di istituire una commissione di revisione, che dovrebbe controllare i contratti di debito, e dimostrare quale parte di esso è “odioso”. L' obbiettivo basilare di questo comitato sarebbe di rivelare alle masse che il debito che sono costrette a pagare non è né giusto né legittimo. Basandosi su questo concetto, un anno e mezzo fa alcuni economisti greci, assieme a dei politici provenienti dalla sinistra ed ex-membri del pasok (come il deputato Sofia Sakorafa) pubblicarono un' appello per la costituzione di una commissione per la revisione del debito (ELE). Questa proposta è ad oggi in uno stato molto meno embrionale di quanto lo fosse, e sembra che qualche cosa sia stata fatta nella direzione di formare davvero tale comitato. Comunque, è sempre importante esaminare nel dettaglio l' idea basilare.
Un processo di revisione del debito potrebbe essere combinato o meno con la richiesta di cancellare il debito, ma non è a questa equivalente. Nel nostro caso, l' originale chiamata per l' ELE lasciava aperta questa domanda. Comunque, questo non è stato l' unico problema per questa iniziativa. La grande questione è da quale punto di vista partire: controllare se il debito è legittimo in accordo alle leggi nazionali e internazionali, e, se così, cancellare parte di esso? O, al contrario, rifiutare che i lavoratori lo paghino, che sia formalmente corretto o meno?
Ci sono 5 ragioni principali per cui contestiamo che la commissione greca per la revisione (ELE) possa essere la punta di diamante di una risposta anticapitalista alla crisi e appoggiamo invece la cancellazione del debito:

1. Il debito pubblico Greco non é dello stesso tipo di quello del terzo mondo. Economicamente, non è imposto da paesi stranieri imperialisti che saccheggiano il paese e traggono profitto da uno scambio diseguale dato dal differente tasso di produttività. Anche se uno scambio diseguale sicuramente gioca un suo ruolo. Il debito è il prodotto di una strategia di sviluppo scelta deliberatamente dalla classe borghese greca la quale è annoverabile peraltro tra gli imperialisti. Questa strategia molto aggressiva, che include un eccessivo prestito pubblico e l' invasione economica dell'Europa dell'est con l' aiuto del cambio favorevole dell'euro, ha fallito e viene punita dalla competizione inter-capitalista per chi deve sopportare il fardello della crisi. Inoltre, è sempre più ovvio che la crisi greca del debito non è data da un qualche tipo di specificità nazionale, ma è parte della crisi internazionale della struttura del capitalismo, una crisi di super-accumulazione in ultima analisi, che colpisce per primi (ma non esclusivamente) i nodi più deboli come la Grecia. Tecnicamente, non ci sono contratti che un ipotetica commissione potrebbe in pratica controllare, poiché il debito pubblico, a differenza di quanto accade nel terzo mondo, è stato portato avanti attraverso bond governativi, non attraverso prestiti (almeno prima del memorandum). Quindi, se c' è qualcosa da rivelare riguardo il debito, non sono certo scandali, ma la sua stessa struttura profondamente speculativa che funziona come un meccanismo che accentua lo sfruttamento di classe. In ogni caso, questo compito non è portato a termine dalla revisione, ma dall'analisi politica marxista, dal lavoro politico, e, ovviamente, dalla lotta.

2. Non è davvero un problema convincere i lavoratori e gli oppressi in Grecia che il debito è ingiusto. La maggior parte ne é già convinta, e la riluttanza dei partiti di sinistra nel parlare di cancellazione per non “spaventare” le masse è risultata essere insensatamente conservatrice, se non addirittura ipocrita. E' indicativo di questo il fatto che la proposta di smettere di pagare il debito immediatamente e di combattere per la sua cancellazione (eccetto per la parte costituita dai fondi pensione) è stata tra le prime ad essere votata nell'assemblea popolare di massa in piazza Syntagma durante i movimenti degli “indignati”, anche se allora era stata proposta solamente dalla “sinistra estrema” (primariamente da ANTARSYA). Secondo sondaggi recenti, più di un terzo della cosiddetta opinione pubblica vuole la cancellazione del debito, una percentuale che è ovviamente molto più alta nella classe lavoratrice. Questi sono numeri molto importanti, data la brutale propaganda lanciata dal governo greco e dai mass media, che non smette mai di urlare che un default del debito pubblico significherebbe il disastro totale per tutti. A dimostrazione di questo c'è anche la vicenda del partito comunista che dopo aver screditato la proposta per più di un anno, ha ora cambiato la sua posizione e l' ha adottata, senza spaventare le masse o perdere la sua popolarità. Il vero problema non è spiegare alle masse che non dovrebbero pagare il debito (lo sanno già) ma indicarle come possono veramente evitare di pagarlo, come possono imporre la sua cancellazione e come possono difendersi dalla vendetta della borghesia internazionale e nazionale in caso riuscissero a cancellarlo.
Naturalmente le cose sono piuttosto diverse nell'ottica di una campagna internazionale di solidarietà. In questo caso potrebbe senza dubbio essere cruciale dimostrare quanto profittatore e disastroso è il debito per i lavoratori greci, in modo di convincere chi non ne è immediatamente vessato a essere solidale. Non serve a niente colpevolizzare i militanti che firmano per la commissione di revisione dall'estero – dal loro punto di vista questo potrebbe essere un valido modo di esprimere solidarietà .Nondimeno, come tattica all'interno del paese, una richiesta di revisione comporterebbe un sostanziale passo indietro.

3. Il caso greco è completamente diverso da quello Ecuadoregno, al quale ci si riferisce normalmente come un valido esempio dei risultati della revisione. In Ecuador è stato il governo progressista stesso a prendere l' iniziativa di formare una commissione di revisione e controllare i contratti riguardanti i prestiti pubblici – in quel caso esistevano tali contratti. Quel governo è stato il risultato di movimenti di massa e lotte di classe, anche se simultaneamente si è dimostrato lo specchio dei loro limiti. Al contrario, sia il governo presente “di unità nazionale” che il precedente governo PASOK in Grecia sono gli strumenti principali della brutale guerra che la borghesia ha dichiarato ai lavoratori. Questo governo sta agendo “in nome e per conto” del capitale con nessuna intenzione di accettare il minimo compromesso di classe. Sappiamo bene come lo stato ed i capitalisti greci siano determinati a garantire che i creditori non perdano il loro denaro. Un default sul debito minaccerebbe tutta la loro strategia di sviluppo, così come i loro interessi immediati, in quanto molti sono loro stessi creditori (più di un terzo del debito è trattenuto da banche greche). Quindi, è assurdo chiedere a un governo del genere di dare il suo permesso, o i “poteri necessari” come è espresso nel testo originale dell'appello ad una commissione di revisione, per controllare i contratti di debito. Questo implicherebbe avere una necessità comune con il governo, qualcosa come una “questione nazionale”, o una lotta nazionale contro stranieri “saccheggiatori” della nostra terra. Al contrario, il nostro obiettivo principale adesso è quello di provare alle masse in rivolta che il “nostro “ governo non deve essere solo incolpato di assoggettamento eccessivo ai banchieri stranieri, ma di essere uno snodo attivo fondamentale nell'attacco che stiamo subendo, e che per questo dovrebbe essere rovesciato. Del resto l' ammontare di denaro che il governo di Correa si è rifiutato di pagare in quanto debito odioso, rappresenta meno del 5% del debito pubblico greco attuale. Il sistema finanziario mondiale poteva tollerare quella perdita, ma non può nel caso della Grecia.
Se l' Ecuador non è appropriato al confronto con la Grecia, figuriamoci quanto può esserlo un altro esempio menzionato dagli economisti dell'ELE: la Russia del 1998. Non è davvero necessario spiegare che in quel caso la cancellazione di una parte del debito pubblico fu un progetto borghese al 100%, riguardante le rivalità interimperialiste e non il bisogno del popolo o gli interessi dei lavoratori russi.

4. l' ELE dovrebbe essere un comitato puramente scientifico e tecnocratico supportato da “personalità” universalmente conosciute: non è una campagna né un fronte, e non include né sindacati, né organizzazioni politiche e sociali (“sarà indipendente dai partiti politici”, come è detto nell'appello). Una prima obiezione sarebbe che questo è un concetto piuttosto burocratico, non essendo chiaro come questo comitato di esperti potrebbe essere controllato dal movimento di massa. Comunque, questo non è il solo problema. La costruzione politica di ELE, come espresso nell'appello originale, non è per niente “neutrale”, come sperato dai più radicali dei suoi firmatari. E' piuttosto molto social-democratica. Praticamente, il suo obiettivo primario è quello di trovare una via d'uscita della crisi senza rompere le regole del capitalismo, ma gestendo il sistema.
Secondo il testo:

L' obiettivo della commissione sarà di fare luce sul perché si è incorsi nel debito pubblico, i termini per i quali questo è stato contrattato, e gli usi per i quali fondi sono stati prestati.
Sulla base di queste considerazioni, la Commissione farà raccomandazioni appropriate per amministrare il debito, soprattutto il debito che si dimostra essere illegale, illegittimo od odioso. Lo scopo della commissione sarà quello di aiutare la Grecia a prendere tutte le misure necessarie ad affrontare il fardello del debito”.
Questo tipo di retorica rinforza un patriottismo ingannevole, facendo in modo di “salvare la Grecia”, non i lavoratori e gli strati sociali deprivati e oppressi. Comunque sia in questa crisi non c' è modo di salvare la Grecia in generale, poiché non c' è modo di salvare sia i capitalisti che i lavoratori. Solo gli uni possono essere salvati, a totale discapito degli altri.

5. Gli argomenti tecnici riguardanti il debito sono utili, ma secondari e complementari. Semplicemente, la crisi del debito pubblico Greco non è un problema tecnico o una questione di logistica, ma un dilemma fondamentale di classe: chi la paga la crisi? Chi si prende il fardello del processo distruttivo da questa azionato? Il debito che i lavoratori e gli oppressi sono obbligati a pagare non è ingiusto perché viola la legislazione, ma poiché viola brutalmente i loro interessi e diritti di base. Se la discussione si restringe a problemi tecnici, è ovvio che la classe borghese e il governo, con tutti i loro specialisti, esperti, mass media e apparati di propaganda, avranno un marcato vantaggio. Quello che importa è il cuore politico della richiesta di controllare il debito: il diritto dei lavoratori di accedere a dati contenenti le finanze dello stato, del bilancio e dei fondi, o, in altre parole, il controllo dei lavoratori. Noi sosteniamo questa esigenza. Ma è esattamente una esigenza di transizione, non esaudibile nell'ambito del sistema capitalistico e dello stato borghese. E, certamente, non è per niente d' aiuto chiedere “poteri di requisizione” ad un governo borghese allo scopo di lottare per un obbiettivo del genere.
Il nostro disaccordo sia con la commissione per la revisione del debito sia con i vari programmi di sinistra per la ristrutturazione di esso è strategica, ma allo stesso tempo coinvolge le nostre più immediate priorità all'interno del movimento di massa. Non dovremmo accettare la prospettiva di essere tutti di fronte a un problema risolvibile come nazione, non importa quanto “progressista” possa essere la soluzione proposta. I lavoratori e gli strati sociali sfruttati hanno come scopo primario non quello di convincere il resto della nazione, ma di ricattarla con la lotta, lo sciopero, i blocchi della produzione eccetera, in modo di imporre la cancellazione del debito - sia esso illegittimo, illegale, odioso o meno. Loro non hanno paura dei nostri argomenti, hanno paura del nostro potere di minacciare la dominazione della classe borghese.

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* Sezione greca della Quarta Internazionale
Articolo tratto da International Viewpoint del febbraio 2012
Traduzione di Francesco Cannarozzo

giovedì 16 febbraio 2012

Il conflitto non si arresta!

Quello che sta accadendo in questi giorni in Grecia è l'esempio più significativo delle politiche dell'Unione europea e della gestione della crisi da parte del sistema capitalista: l'imposizione di misure draconiane contro lavoratrici e lavoratori, pensionate/i, giovani disoccupate/i e precari/e; il commissariamento della «democrazia» formale e il passaggio dei poteri a esecutivi «tecnici» chiamati ad applicare decisioni dall'alto; la repressione e l'indifferenza nei confronti di una mobilitazione di massa di donne e uomini che si rifiutano di pagare una crisi provocata da altri.
Un esempio che parla a tutti gli altri paesi europei, e che ci riguarda da vicino: anche in Italia infatti il governo «tecnico» Monti-Napolitano ha fatto approvare da un Parlamento addomesticato e servile misure che colpisco salari e pensioni, che sostengono i profitti privati contro l'interesse e il bene pubblico, e si appresta a portare il colpo definitivo alle garanzie contrattuali per lavoratrici e lavoratori, attraverso la cancellazione di fatto dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la costruzione di un mercato del lavoro di serie B nel quale inserire giovani e meno giovani avviati/ri-avviati al lavoro.
Non manca nemmeno in Italia l'arroganza del potere, con le dichiarazioni di Monti e vari ministri contro il posto fisso e con la derisione di chi ha meno; e non mancano i provvedimenti repressivi contro il conflitto sociale - l'esempio più eclatante è quello degli arresti contro i manifestanti NoTav che vuole colpire il movimento che più di tutti oggi denncia e smaschera il sostegno della politica alle imprese e ai profitti privati attraverso l'impiego di denaro pubblico per grandi opere inutili e costosissime ed evidenzia l'incompatibilità di queste opere e della loro gestione con la democrazia e la partecipazione popolare.

Contro queste politiche serve una forte mobilitazione politica e sociale fino ad una vero sciopero generale e generalizzato per bloccare i provvedimenti del governo Monti-Napolitano e porre i contenuti dell'alternativa, a partire dal rifiuto del pagamento del debito pubblico da parte delle classi popolari, la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la cancellazione delle norme che costringono alla precarietà milioni di lavoratrici e lavoratori, la garanzia di un reddito sociale per tutte/i.

Per questo:
- partecipiamo alla manifestazione NoTav del 25 febbraio in Val di susa, per la liberazione di tutti gli arrestati e per ribadire il No al progetto devastante del Tav;
- sosteniamo lo sciopero generale dei metalmeccanici dichiarato per il 9 marzo dalla Fiom, convinte/i che debba essere generalizzato anche per le altre categorie e debba essere esplicitamente contro il governo e le sue politiche;
- contribuiremo a rilanciare le iniziative contro il pagamento del debito e per un audit di cittadine/i sul debito pubblico - con la nostra partecipazione alla campagna «Rivolta il debito» - e a tutte le mobilitazioni contro il governo e le politiche dell'Unione eurpea.

Esecutivo Nazionale Sinistra Critica

Presidio di Solidarietà con il popolo greco a Trieste

Sabato 18 febbraio a Trieste dalle ore 16.00 in poi

Presidio di Solidarietà con il popolo greco
sotto attacco delle banche e del liberismo
in lotta per la difesa della democrazia e delle condizioni di vita

Il presidio si terrà sotto il Consolato Greco di via Rossini 6 (Canal grande)

Di seguito il comunicato del Comitato nazionale NO DEBITO

Solidarietà con il popolo greco

La troika europea, con l'appoggio del governo greco di unità nazionale, esige un nuovo e ancor più feroce piano di austerità per il popolo greco: riduzione brutale dei salari e delle pensioni (-22%, con il salario minimo che dovrebbe passare da 751 € a 600), soppressione di 15.000 posti di lavoro nel pubblico impiego, frantumazione del diritto del lavoro. E non basta. Privatizzazione dei servizi pubblici svenduti per ricavare 4 miliardi e mezzo (con l'impegno a altre e generalizzate privatizzazioni, per arrivare a incassare dalle svendite 50 miliardi entro il 2015), smantellamento del servizio sanitario con il taglio di 1,1 miliardi di farmaci rimborsati dallo stato, distruzione della scuola pubblica. I lavoratori greci sono chiamati ancora a pagare la crisi. L'immensa maggioranza paga le spese di una politica che non aveva scelto, imposta dai mercati finanziari, dalle banche, dal padronato, sotto l'ala protettrice di Merkel e Sarkozy.
La BCE esige questo piano nell'immediato non tanto per motivi contabili, ma perché, alla faccia della democrazia, teme che nelle ormai prossime elezioni politiche di aprile il popolo greco elegga un parlamento meno asservito ai diktat di Bruxelles e Francoforte.

Quello che accade in Grecia non richiede solo la nostra indispensabile solidarietà per un popolo che non ha alcuna responsabilità per la crisi che si è creata. L'austerità serve a salvare le banche (in particolare quelle francesi e tedesche) che speculano da anni sul debito ellenico. Ma la brutalità dell'attacco serve soprattutto a mostrare al resto dei popoli europei quello che li attende, in termini di abbassamento drastico dei livelli di vita. E la protervia con cui non si ascoltano neanche minimamente le massicce, prolungate e dure proteste dei greci serve a scoraggiare in tutti gli altri paesi (prima fra tutti l'Italia) ogni speranza e ogni voglia di resistere alla violenza dell'attacco delle banche.
E il popolo greco non si arrende. Le giornate di sciopero generale si susseguono, con partecipazione crescente. Numerosi ministeri sono occupati dai lavoratori, altrettanto accade in molte aziende e nelle scuole e nelle università. Durante il passato weekend, il parlamento è stato assediato da centinaia di migliaia di manifestati nel tentativo determinato di far sentire la propria voce alle istituzioni ormai commissariate di fatto.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà al popolo greco in lotta. E' con una lotta su scala europea che i popoli del continente devono ribellarsi contro i piani di austerità.

Comitato No Debito
www.nodebito.it
comitatonazionale@nodebito.it

Come finirà sull'articolo 18

Salvatore Cannavò da Il Fatto quotidiano

Si è partiti con il piede giusto. E' questa la reazione, non del tutto scontata della Cgil al nuovo round governo-parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Un tavolo che si è riunito ieri mattina con la presenza dei nomi ormai soliti: Fornero, Martone, Passera, Grilli, per il governo, Camusso, Bonanni, Angeletti per Cgil, Cisl e Uil, Marcegaglia per Confindustria e poi i rappresentanti delle altre sigle sociali.
Giudizio non scontato perché l'incontro è il primo dopo la polemica del sindacato sulle rivelazioni di Repubblica relative all'incontro segreto tra la stessa Camusso e il premier Mario Monti. Un incontro destinato a siglare un accordo sull'articolo 18 che il segretario della Cgil ha smentito seccamente - accarezzando anche l'idea di querelare il giornale diretto da Ezio Mauro - e che hanno portato di nuovo ai minimi termini i rapporti tra le parti. Ieri invece, il ministro Elsa Fornero ha voluto inviare un segnale di dialogo. "Di articolo 18 si discuterà alla fine, come ultimo punto" ha detto ai suoi interlocutori preferendo fissare nero su bianco i punti su cui invece c'è maggiore accordo. Primo fra tutti l'apprendistato che per Fornero dovrebbe divenire il contratto tipo per assumere i giovani trovando su questo la forte convergenza con i sindacati ma anche con Confindustria.
Ma, se fatti uscire dalla finestra, i problemi rientrano dalla porta. Se infatti l'articolo 18 è destinato a essere l'ultimo punto in agenda - dopo la riunione di ieri è previsto un nuovo incontro lunedì prossimo sugli ammortizzatori sociali - il nodo della riduzione della precarietà e quindi della flessibilità in ingresso è destinato a restare insoluto fino a quando non si capirà come verrà regolata la flessibilità "in uscita". Lo ha spiegato chiaramente Elsa Fornero: "Non ci sarà nessun aut aut" da parte del governo ha detto ai sindacati ma è chiaro che "il tema del riordino dei contratti e delle flessibilità in entrata è subordinato a quello delle flessibilità in uscita". Del resto, è ovvio. Se, ad esempio, l'articolo 18 sparisse di colpo, il problema del contratto a tempo indeterminato non si porrebbe più nei termini attuali. Fornero ha comunque voluto rassicurare gli imprenditori - i quali hanno chiesto che la riduzione della precarietà non si tramuti in maggiori costi per le imprese - sul fatto che la riduzione dei contratti attualmente previsti dalle normative (se ne contano più di 40) "non si farà con l'accetta". Insomma, non sarà una riduzione particolarmente sensibile e, semmai, il governo sembra più intenzionato ad agire rafforzando i controlli, e le sanzioni, sull'uso improprio di quei contratti. Con le attuali ispezioni sul lavoro e con il numero degli accertamenti non sembra essere un impegno molto concreto.
In ogni caso, il negoziato, a sentire tutti i protagonisti, è partito e da qualche parte arriverà. La Cgil si dice soddisfatta anche del fatto di non essersi seduta con un documento delle parti sociali già pronto. Era questa una proposta di Raffaele Bonanni, percepita in Cgil come l'espediente per legare le mani a Susanna Camusso. Che ora, anche rispondendo alle critiche che provengono dal fronte interno della stessa Cgil, non ha intenzione di alzarsi da quel tavolo. Si va fino in fondo, spiegano a Corso Italia, e alla fine si giudicherà il risultato. Anche lo sciopero della Fiom è visto come utile al negoziato complessivo e non va relegato alla tradizionale dialettica conflittuale tra Landini e Camusso che oggi hanno più accordi di quanto fosse avvenuto in passato.
Il problema resta, invece, quello dei rapporti con il Pd. La Cgil si è mossa finora con l'idea di non spaccare quel partito sulle tematiche del lavoro ma dopo l'articolo apparso sull'Unità, a firma anche del responsabile Economia del Pd, Stefano Fassina, che sponsorizzava la proposta di mediazione sull'articolo 18 avanzata dalla Cisl, ognuno sembra rientrare nei propri ranghi. Ora, anche i dirigenti del Pd più vicini al sindacato sembrano voler attendere una mossa da parte della Cgil prima di mettersi sulle barricate. Chi Corso Italia la frequenta da decenni prevede uno scenario di questo tipo: "Alla fine il governo varerà una riforma dell'articolo 18 e la Cgil non l'approverà ma farò appello al Parlamento per non approvare la riforma". Un appello che è stato già accennato la settimana scorsa al presidio unitario di Cgil, Cisl e Uil sulle pensioni. E se la stessa Cgil deciderà di rafforzare la propria mobilitazione - dopo il sostegno allo sciopero del 9 marzo della Fiom - lo deciderà il risultato finale complessivo. Insomma, se prima di arrivare al punto sull'articolo 18 ci saranno risultati giudicati importanti su precarietà e ammortizzatori sociali - che il governo si è impegnato a non modificare per i prossimi 18 mesi - allora la contrarietà sull'articolo 18 potrebbe non essere particolarmente dura. Se ne discuterà già venerdì prossimo alla riunione con i segretari generali di categoria.

Da dove viene il debito greco

Pubblichiamo un estratto dal capitolo dedicato alla Grecia nel libro Debitocrazia di Eric Toussaint e Daniel Millet, disponibile in libreria e acquistabile sul sito delle edizioni Alegre.

Erico Toussaint

Il debito pubblico greco è stato in primo piano sulla scena pubblica nel momento in cui i dirigenti di questo paese hanno accettato la cura di austerità richiesta dal Fmi e dall’Ue, che ha provocato lotte sociali molto importanti durante tutto il 2010 . Ma da dove viene il debito greco? Dal lato del debito in carico al settore privato l’aumento è recente: un primo balzo avviene subito dopo l’entrata della Grecia nella zona euro, nel 2001 mentre una seconda esplosione del debito si produce a partire dal 2007 quando gli aiuti finanziari concessi alle banche dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, dai governi europei e dalla Banca centrale europea (Bce) viene in parte riciclato dai banchieri in direzione della Grecia e di altri paesi come la Spagna e il Portogallo. Dal lato dell’indebitamento pubblico, invece, la crescita è più antica. Dopo il debito ereditato dalla dittatura dei colonnelli, il ricorso al prestito è servito dagli anni 90 in poi a riempire il buco creato nelle finanze pubbliche dalla riduzione delle imposte sulle società e sui redditi più elevati. Peraltro, da diversi decenni, i numerosi prestiti hanno permesso di finanziare l’acquisto di materiale militare principalmente da Francia, Germania e Stati Uniti. Inoltre, non bisogna dimenticare nemmeno l’indebitamento dei poteri pubblici per l’organizzazione dei Giochi olimpici nel 2004. L’ingranaggio del debito è stato oliato con consistenti mazzette da parte delle grandi compagnie transnazionali con lo scopo di ottenere dei contratti: Siemens è un esempio emblematico (...)

Elementi evidenti di illegittimità del debito pubblico

Innanzitutto c’è il debito contratto dalla dittatura dei colonnelli, che è quadruplicato tra il 1967 e il 1974. Con tutta evidenza questo rientra nella definizione di debito odioso .
Andando avanti, poi, troviamo lo scandalo dei Giochi olimpici del 2004. Secondo Dave Zirin, quando il governo ha annunciato orgogliosamente nel 1997 ai cittadini greci che la Grecia avrebbe avuto l’onore di accogliere, sette anni più tardi, i Giochi olimpici, le autorità di Atene e il Comitato olimpico internazionale prevedevano una spesa di 1,3 miliardi di dollari. Qualche anno più tardi, il costo era stato moltiplicato per quattro e raggiungeva 5,3 miliardi di dollari. Appena dopo i Giochi, il costo ufficiale aveva raggiunto i 14,2 miliardi di dollari . Oggi, secondo differente fonti, il costo reale supera i 20 miliardi di dollari.
Numerosi contratti siglati tra le autorità greche e grandi imprese private straniere stanno destando scandalo da diversi anni. Quei contratti hanno comportato un aumento del debito. Citiamo diversi esempi che hanno scandito le cronache greche:
- diversi contratti sono stati firmati con la multinazionale Siemens accusata – sia dalla giustizia tedesca che da quella greca – di aver versato commissioni e mazzette al personale politico, militare e amministrativo greco per un valore complessivo che si avvicina al miliardo di euro. I principali dirigenti della Siemens-Hellas , che ha riconosciuto di aver “finanziato” i due grandi partiti greci, è fuggita nel 2010 in Germania e la giustizia tedesca ha rigettato la richiesta di estradizione avanzata dalla Grecia. Gli scandali includono la vendita, fatta da Siemens e dalle sue associate internazionali, del sistema antimissile Patriot (1999, 10 milioni di euro in mazzette), la digitalizzazione dei centri telefonici dell’Ote, l’Organismo greco di telecomunicazioni (mazzette per 100 milioni di euro), il sistema di sicurezza “C41”, acquistato in occasione dei Giochi del 2004 e che non ha mai funzionato, la vendita di materiale alle ferrovie greche (Sek), del sistema di telecomunicazioni Hermes all’esercito, dell’equipaggiamento molto costoso venduto agli ospedali;
- lo scandalo dei sottomarini tedeschi (prodotti da Hdw, assorbita dalla Thyssen) per un valore globale di 5 miliardi di euro, sottomarini che avevano fin dall’inizio il piccolo difetto di pendere pericolosamente….a sinistra (!) e di essere dotati di un equipaggiamento elettronico difettoso. Un’inchiesta giudiziaria su eventuali responsabilità (corruzione) degli ex ministri della Difesa è in corso.
E’ del tutto normale presumere che debiti contratti per realizzare simili contratti siano viziati da illegittimità o da illegalità. Per questo devono essere annullati. Accanto a simili casi, però, è necessario comprendere l’evoluzione recente del debito greco.

La montatura dell’indebitamento nel corso dell’ultimo decennio


Il debito del settore privato si è largamente sviluppato nel corso degli anni 2000. Le famiglie, per le quali le banche ma anche tutto il settore commerciale privato (grande distribuzione, automobile, costruzioni) proponevano condizioni allettanti, hanno fatto ricorso all’indebitamento massiccio, così come le imprese non finanziarie e le banche che potevano attingere a prestiti a basso costo (tassi di interesse bassi e inflazione più forte dei paesi più industrializzati del’Unione come Germania, Francia, Benelux o Gran Bretagna). Questo indebitamento privato è stato il motore dell’economia greca. Le sue banche (alle quali occorre aggiungere le filiali greche delle banche straniere), grazie a un euro forte, potevano estendere le loro attività internazionali e finanziare a minor costo le loro attività nazionali. Hanno fatto ricorso al prestito a tutta forza (...)
Con le enormi liquidità messe a loro disposizione dalle banche centrali nel 2007-2009, le banche dell’Europa occidentale (soprattutto le banche tedesche e francesi ma anche quelle belghe, olandesi, britanniche, luxemburghesi, irlandesi) hanno prestato massicciamente alla Grecia (al settore privato e ai poteri pubblici). Bisogna tenere in conto il fatto che l’adesione della Grecia all’euro le è valsa la fiducia dei banchieri dei paesi dell’ovest europeo, ritenendo che i grandi paesi sarebbero corsi in soccorso in caso di problemi. Non si sono invece preoccupati della capacità della Grecia a rimborsare il capitale a medio termine. I banchieri ritenevano di poter assumere rischi molto elevati. La storia ha dato loro ragione, almeno finora, la Commissione europea e, in particolare, i governi francese e tedesco hanno dato un sostegno illimitato ai banchieri privati dell’Europa occidentale. Per questo, i governi europei hanno messo le finanze pubbliche in uno stato pietoso (...)
I cittadini greci hanno tutto il diritto di aspettarsi che il preso del debito sia radicalmente ridotto e questo implica che i banchieri devono essere costretti a cancellare dei crediti dai loro libri contabili.

Il comportamento odioso della Commissione europea

Dopo lo scoppio della crisi, la lobby militar-industriale appoggiata dai governi tedesco, francese e dalla Commissione europea è riuscita a ottenere che il bilancio della difesa fosse appena intaccato mentre, allo stesso tempo, il governo del Pasok (partito socialista) ha effettuato tagli alle spese sociali. Ad esempio, in piena crisi greca, all’inizio del 2010, Recep Tayyip, primo ministro della Turchia, paese che mantiene delle relazioni tese con il suo vicino greco, si è recato ad Atene e ha proposto una riduzione del 20 per cento del bilancio militare dei due paesi. Il governo greco non ha raccolto la mano che gli è stata tesa. E’ stato invece messo sotto pressione dalle autorità francese e tedesca che volevano garantire le proprie esportazioni di armi. In proporzione, la Grecia spende in armamenti molto che gli altri paesi dell’Unione europea. Le spese militari rappresentano il 4 per cento del Pil contro il 2,4 della Francia, il 2,7 della Gran Bretagna, il 2 per cento del Portogallo, l’1,4 della Germania, l’1,3 della Spagna, l’1,1 del Belgio. Nel 2010 la Grecia ha acquistato dalla Francia sei fregate di guerra (2,5 miliardi di euro) e degli elicotteri da guerra (400 milioni). Dalla Germania ha acquistato 6 sottomarini per 5 miliardi di euro. La Grecia è stata uno dei cinque più importanti importatori di armi in Europa tra il 2005 e il 2009. L’acquisto di aerei da combattimento rappresenta, da solo, il 38 per cento del volume delle sue importazioni, in particolare con l’acquisto di 26 F-16 (Stati Uniti) e di 25 Mirages 2000 (Francia), quest’ultimo contratto dal valore di 1,6 miliardi di euro. La lista dell’equipaggiamento francese venduto alla Grecia non si ferma qui: ci sono anche veicoli blindati (70 Vbl), elicottoeri NH90, missili Mica, Exocet, Scalp, e droni Sperwer. Gli acquisti della Grecia ne hanno fatto il terzo cliente dell’industria della difesa francese nel corso del decennio trascorso .
A partire dal 2010, i tassi di interesse sempre più elevati, imposti dai banchieri e dagli altri attori dei mercati finanziari con l’appoggio della Commissione europea e del Fmi, hanno prodotto un classico effetto “palla di neve”: il debito greco prosegue una curva al rialzo poiché le autorità ricorrono al prestito per rimborsare gli interessi (e una frazione del capitale precedentemente preso in prestito). I prestiti concessi a partire dal 2010 alla Grecia dai paesi membri dell’Unione europea e dal Fmi non puntano affatto a soddisfare gli interessi della popolazione, al contrario i piani di austerità messi in atto comportano molteplici attacchi ai diritti sociali. E’ a questo titolo che la nozione di “debito illegittimo” dovrebbe essere loro applicata e contestato il loro rimborso (...)

mercoledì 15 febbraio 2012

Una sentenza che ora chiede una legge

Franco Turigliatto*

Il Tribunale di Torino riconosce colpevoli di disastro doloso (con la morte, ad oggi, di 1830 persone), il magnate svizzero Schmideiny e il barone belga De Cartier De Marchienne e li condanna a 16 anni di reclusione: una sentenza storica di straordinaria importanza. Viene finalmente riconosciuta giuridicamente una verità fattuale accertata da tempo, la piena responsabilità della proprietà e dei manager dell’azienda che, pur conoscendo benissimo la pericolosità e il carattere letale dell’amianto e della sua lavorazione, in nome del profitto hanno speculato e lucrato sulla vita e sulla morte di migliaia di lavoratori e cittadini.
E la sentenza è tanto più importante perché gli imputati hanno cercato fino all’ultimo di limitare i danni, cercando di corrompere i comuni colpiti e di crearsi una nuova immagine come benefattori dell’ambiente e dell’ecologia... La lunga battaglia dei lavoratori, dei parenti delle vittime, delle associazioni e dei sindacati, ottiene quindi un decisivo riconoscimento che è un pesante monito per i proprietari e i dirigenti delle aziende: non tutto è a loro permesso, possono e debbono rispondere delle loro azioni e delle loro scelte delittuose. E’ una conferma che si aggiunge alla sentenza, sempre del tribunale di Torino, di condanna dei manager della Thyssen Krupp, responsabili della morte di 7 operai nel terribile incendio del 2007.
La pericolosità dell’amianto era conosciuta già fin dall’inizio del novecento, ma perché i paesi europei ponessero al bando la produzione di questa sostanza, che continua in Asia e in America latina, sono state necessarie grandi mobilitazioni e si è dovuto attendere l’ultimo decennio del secolo scorso.
In Italia ci sono volute grandi lotte politiche e sindacali, scioperi e azioni legali perché nel 1992, dopo 15 giorni di presidio sotto il parlamento, fosse finalmente approvata la legge che poneva fuori legge la produzione e la commercializzazione dell’amianto. Ma la battaglia per piena applicazione di quella legge in termini di bonifica dei luoghi contaminati, presenti su tutto il territorio italiano e di riconoscimento dei diritti previdenziali e sanitari dei lavoratori e dei cittadini non si è mai conclusa.
I tentativi legislativi di intervenire con leggi più efficaci per la bonifica sia dei siti pubblici che quelli privati inquinati, e per rendere maggiore giustizia previdenziale e assistenziale sanitaria ai sopravvissuti e a coloro che vivono sotto il terrore di essere colpiti dalla malattia, pur fortemente sostenuti dalla attività e mobilitazione delle associazioni, non hanno dato finora risultati. Governi e maggioranze di centro sinistra e di centro destra nelle ultime tre legislature, hanno provveduto ad insabbiarli, finanziando invece progetti quali le grandi opere inutili e dannose e le spese militari. L’ultimo progetto, quello del senatore Casson, giace in un cassetto della Commissione lavoro del Senato.
E per quanto riguarda la Regione Piemonte, una legge approvata nella scorsa legislatura, che si proponeva parzialmente questi obbiettivi, è rimasta lettera morta per la mancanza delle necessarie coperture finanziarie. Anche in questo caso, né il governo di centrosinistra della Bresso, né quello di centrodestra di Cota, sono intervenuti con le norme di copertura. In compenso i due schieramenti politici sono fanatici della Tav.
La sentenza è tanto più importante perché va in controtendenza rispetto a un clima economico politico e sociale che il padronato e le istituzioni europee vogliono affermare ad ogni costo: che il mercato e i presunti diritti delle multinazionali, delle aziende, delle banche e dei padroni sono tutto e che i diritti del lavoro debbono essere compressi per garantire rendite e profitti. Non a caso qualcuno propone di abolire l'articolo 18 anche per rassicurare gli investitori esteri.
Occorre cambiare questo stato di cose, cambiare la percezione complessiva del paese, riporre al centro i diritti inalienabili del lavoro, delle lavoratrici e dei lavoratori, difendere l’articolo 18, garantire pienamente la tutela della loro salute, della loro dignità, delle loro condizioni di vita e di lavoro.
Perché le nostre vite valgono più dei loro sporchi profitti. Per questo la lotta continua.

* Già senatore di Rifondazione comunista, e poi di Sinistra Critica, nella XV legislatura e membro della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette "morti bianche"

Occupata sede della Commissione europea a Roma

Gli attivisti No Debito, che con un blitz hanno occupato nel primo pomeriggio la sede della Commissione Europea a Roma, hanno avuto un incontro con il dott. Battistotti, direttore della rappresentanza italiana presso l'Unione Europea ed hanno strappato alcuni impegni precisi.
- il documento sulla Grecia e la piattaforma del Comitato No Debito con lettera di accompagnamento verrà inviata ufficialmente al presidente della Commissione Europea Barroso
- Il dott. Battistotti si è impegnato a promuovere un dibattito ufficiale nella sede italiana della Commissione Europea sulle politiche della Ue e il Fiscal Compact, dibattito al quale ovviamente parteciperanno anche gli
attivisti del movimento No Debito.
Il Comitato No Debito non smobilita e dà già appuntamento per venerdi prossimo, 17 febbraio, per una manifestazione di protesta all'ambasciata di Germania (piazza Indipendenza) in occasione della vista della cancelliera tedesca Angela Merkel a Roma.
Qui di seguito il documento consegnato ai funzionari della Commissione Europea

Solidarietà con il popolo greco

La troika europea, con l'appoggio del governo greco di unità nazionale, esige un nuovo e ancor più feroce piano di austerità per il popolo greco: riduzione brutale dei salari e delle pensioni (-22%, con il salario minimo che dovrebbe passare da 751 € a 600), soppressione di 15.000 posti di lavoro nel pubblico impiego, frantumazione del diritto del lavoro. E non basta. Privatizzazione dei servizi pubblici svenduti per ricavare 4 miliardi e mezzo (con l'impegno a altre e generalizzate privatizzazioni, per arrivare a incassare dalle svendite 50 miliardi entro il 2015), smantellamento del servizio sanitario con il taglio di 1,1 miliardi di farmaci rimborsati dallo stato, distruzione della scuola pubblica. I lavoratori greci sono chiamati ancora a pagare la crisi. L'immensa maggioranza paga le spese di una politica che non aveva scelto, imposta dai mercati finanziari, dalle banche, dal padronato, sotto l'ala protettrice di Merkel e Sarkozy.
La BCE esige questo piano nell'immediato non tanto per motivi contabili, ma perché, alla faccia della democrazia, teme che nelle ormai prossime elezioni politiche di aprile il popolo greco elegga un parlamento meno asservito ai diktat di Bruxelles e Francoforte.
Quello che accade in Grecia non richiede solo la nostra indispensabile solidarietà per un popolo che non ha alcuna responsabilità per la crisi che si è creata. L'austerità serve a salvare le banche (in particolare quelle francesi e tedesche) che speculano da anni sul debito ellenico. Ma la brutalità dell'attacco serve soprattutto a mostrare al resto dei popoli europei quello che li attende, in termini di abbassamento drastico dei livelli di vita. E la protervia con cui non si ascoltano neanche minimamente le massicce, prolungate e dure proteste dei greci serve a scoraggiare in tutti gli altri paesi (prima fra tutti l'Italia) ogni speranza e ogni voglia di resistere alla violenza dell'attacco delle banche.
E il popolo greco non si arrende. Le giornate di sciopero generale si susseguono, con partecipazione crescente. Numerosi ministeri sono occupati dai lavoratori, altrettanto accade in molte aziende e nelle scuole e nelle università. Durante il passato weekend, il parlamento è stato assediato da centinaia di migliaia di manifestati nel tentativo determinato di far sentire la propria voce alle istituzioni ormai commissariate di fatto.
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà al popolo greco in lotta. E' con una lotta su scala europea che i popoli del continente devono ribellarsi contro i piani di austerità.

Comitato No Debito
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