Riceviamo e volentieri diffondiamo:
Venerdì 23 marzo ore 17
Sala CSV di via San Francesco 2 - II piano
LA DEMOCRAZIA NELL'ERA DEL “FISCAL COMPACT”
I diritti politici, sociali e del lavoro sotto l'attaco del nuovo Trattato Economico Europeo
interviene Franco RUSSO
del Comitato NO DEBITO nazionale
NOI VOGLIAMO DECIDERE
Il dibattito è organizzato in Collaborazione con l'Associazione “Penombre”
Comitato NO DEBITO Trieste
http://www.facebook.com/nodebito
lunedì 19 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
31 marzo, Milano: Occupyamo Piazza Affari!
Appello per la costruzione di una grande manifestazione nazionale a Milano per Sabato 31 Marzo. Un corteo che dall'università Bocconi, luogo simbolo dell'attuale governo Monti e dei ministri tecnocrati, si snodi per le vie della città fino ad arrivare a Piazza Affari, luogo simbolo della crisi economica e finanziaria in corso.
Occupyamo Piazza Affari
I loro affari non devono più decidere sulle nostre vite
Contro le politiche antisociali del governo Monti e della Bce!
Per una società fondata sui diritti civili e sociali, sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni!
Misure “lacrime e sangue” sono la ricetta del governo delle banche e della finanza che, con il sostegno del centro-destra e del centro-sinistra, è ormai in carica da oltre tre mesi. Il massacro sociale del governo Monti dilagherà se verrà applicato il trattato europeo deciso dai governi Merkel, Sarkozy e Monti. Ora vogliono cambiare la Costituzione, senza consultare i cittadini e imponendo il pareggio di bilancio. Ora vogliono imporre un trattato, il fiscal compact, che impone la schiavitù del debito per vent’anni. Per vent’anni dovremo sacrificare i diritti sociali e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, per pagare il debito agli stessi affaristi e speculatori che l’hanno creato. Una crisi del sistema capitalista da cui le classi dominanti non riescono ad uscire. L’individuazione di “medici” come Monti in Italia o Papademos in Grecia, che in realtà non fanno che aggravare la malattia scaricando sui lavoratori e sulle classi popolari il peso della iniqua distribuzione del reddito con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e l’eliminazione di diritti conquistati con anni di lotte. Per questo diciamo NO alla precarietà e alla messa in discussione dell’articolo 18, alla distruzione dello stato sociale, dei diritti, della civiltà e della democrazia. Per questo diciamo NO alla distruzione dell’ambiente, alle grandi opere, alla Tav.
Negazione della democrazia e repressione sono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.
Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari, ai pensionati e ai migranti, ai movimenti civili sociali e ambientali, alle forze organizzate, di organizzare insieme una risposta a tutto questo con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo!
Unire le lotte per un'opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere e contare, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Sicilia, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.
Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.
Negazione della democrazia e repressione sono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.
Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari, ai pensionati e ai migranti, ai movimenti civili sociali e ambientali, alle forze organizzate, di organizzare insieme una risposta a tutto questo con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo!
Unire le lotte per un'opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere e contare, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Sicilia, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.
Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.
Il 31 marzo tutte e tutti in piazza a Milano:
ore 14.00 manifestazione nazionale dalla Bocconi a Piazza Affari
Costruiamo il nostro futuro!
Appello “Occupyamo Piazza Affari”
1. Maurizio Acciari (Coord. lavoratori autoconvocati)
2. Piero Acquilino (Fincantieri Genova Sestri Ponente)
3. Vittorio Agnoletto
4. Alessandra Algostino (docente universitaria)
5. Francesco Alioti (studente Genova)
6. Gualtiero Alunni (Consiglio Metropolitano Roma)
7. Claudio Amato (Fiom Roma Nord)
8. Giuseppe Ambrosio (direttivo PdCI Vibo Valentia)
9. Francesco Anfossi (direttivo Cgil Pavia)
10. Francesco Angisano (delegato USB Regione Emilia Romagna)
11. Letizia Arcuri (rsu USB Regione Emilia-Romagna)
12. Mara Armellin (Comitato contro la Crisi Conegliano Veneto)
13. Rosario Attanasio (Collettivo "Iqbal Masih" Lecce)
14. Antonio Attinà
15. Marta Autore (Ateneinrivolta)
16. Stefano Azzarà (docente Università di Urbino)
17. Davide Baccheli (rsu Fiom IMA Bologna)
18. Maurizio Bacchini (Fiom Baxter SpA Roma)
19. Marino Badiale (Laboratorio politico Alternativa)
20. Rossana Balestra (coordinatrice circolo PRC di Osimo - AN)
21. Imma Barbarossa (Forum donne RC)
22. Giovanna Bastone (direzione nazionale CSP-Partito comunista)
23. Marco Beccari (Coordinamento Precari Scuola)
24. Dante Bedini (direttivo Cgil Treviso)
25. Sergio Bellavita (segretario Fiom nazionale)
26. Filippo Benedetti (segretario provinciale PdCI Vibo Valentia - Comitato Centrale PdCI)
27. Franco Berardi Bifo
28. Marco Bersani (Attac Italia)
29. Raffele Berti (delegato USB Regione Emilia Romagna
30. Beppe Bettenzoli (esecutivo Usb Milano)
31. Michele Bocchio (Piemonte)
32. Paolo Brini (Comitato centrale Fiom)
33. Giuliano Brunetti (comitato No People Mover Bologna)
34. Antonio Bufalino (direzione naz. Usb PI)
35. Fabrizio Burattini (direttivo nazionale Cgil)
36. Ines Caiazzo
37. Francesco Calvanese (ex deputato, prof. di Sociologia del lavoro, presidente FILEF Campania)
38. Maria Grazia Campari (avvocato, femminista Milano)
39. Ricardo Camporeale (Tesoriere FILEF Buenos Aires)
40. Stefano Capello (coordinatore CUB Piemonte)
41. Mariassunta Cappelli (delegata USB Regione Emilia Romagna
42. Angelo Caputo (Giovani comunisti Roma)
43. Renato Caputo (Comunisti Uniti Lazio)
44. Sergio Cararo (Rete dei comunisti)
45. Carlo Carelli (rsu Filctem Cgil Unilever)
46. Paolida Carli (insegnante Genova)
47. Paolo Carsetti (Forum italiano movimenti per l'acqua)
48. Mauro Casadio (Rete dei comunisti)
49. Elena Casagrande (esecutivo Usb Lazio)
50. Luigi Casali (esecutivo Usb Piemonte)
51. Sergio Casanova (Attac Genova)
52. Carla Cavallari (rsu USB Regione Emilia-Romagna)
53. Gianni Cavinato ( Presidente ACU - Associazione Consumatori Utenti)
54. Andrea Cavola (esecutivo Trasporto aereo Usb)
55. Sonia Ceparano
56. Alessandro Cevenini (rsu USB Regione Emilia Romagna)
57. Giulietto Chiesa (presidente Laboratorio politico Alternativa)
58. Giancarlo Chiodi (segretario FAISA Milano)
59. Giacomo Chiossone
60. Emidio Cirilli (sociologo Teramo)
61. Marina Citti (Cgil Menarini SpA Pomezia)
62. Luigi Colaci (lavoratore Regione Emilia Romagna e libero pensatore)
63. Eliana Como (Fiom Bergamo)
64. Francesco Cori (Coordinamento Precari Scuola)
65. Danilo Corradi (Sinistra Critica)
66. Gigliola Corradi (rsa Fisac Cgil)
67. Daniela Cortese (rsu Snater TI Sparkle)
68. Fabrizio Cottini (rsu Fiom Sielte Roma)
69. Giorgio Cremaschi (Fiom nazionale)
70. Mariona Criscuoli
71. Andrea Cristofaro (segretario PRC Frosinone)
72. Massimo Dalla Giovanna (rsu Slc Cgil Ericsson Genova)
73. Roberta Dalpasso (Torino)
74. Sergio De Coppi (rsu USB di ER-GO Regione Emilia Romagna)
75. Christian De Nicola (direttivo Fiom Roma Nord)
76. Ignazio De Simone (Torino)
77. Enzo de Vincenzo (Federazione USB Campania)
78. Ornella De Zordo (consigliera comunale “perUnaltracittà”, lista di cittadinanza Firenze)
79. Paolo De Luca (comitato iscritti CGIL Comune di Torino)
80. Riccardo De Angelis (rsu Flmu Cub Telecom Italia)
81. Walter De Cesaris (segretario nazionale Unione Inquilini)
82. Aldo Di Napoli (direzione naz. Usb PI)
83. Cinzia Di Napoli (Coord. Romano Acqua Pubblica)
84. Donato Ditaranto (direttivo Cgil Torino)
85. Angelo Dionisi (ex-senatore presidente PdCI Rieti)
86. Simone Donnini (PRC Nettuno)
87. Nicoletta Dosio (Movimento No Tav)
88. Giorgio Ellero (Comunisti Uniti FVG)
89. Antonio Errico (metalmeccanico Giulianova)
90. Valerio Evangelisti (scrittore)
91. Bob Fabiani (Rete Viola)
92. Maria Falcitelli (rsa Fisac Cgil Torino)
93. Riccardo Faranda (avvocato del lavoro)
94. Marco Ferrando (Partito comunista dei lavoratori)
95. Gianni Ferrara (professore emerito di Diritto costituzionale)
96. Teresa Ferrari
97. Paolo Ferrero (segretario nazionale PRC)
98. Caterina Fida (coord. Usb Servizi all’infanzia)
99. Riccardo Filesi (coord. Cassintegrati "overbooked" Alitalia)
100. Andrea Fioretti (coord. lavoratori autoconvocati Roma)
101. Eleonora Forenza (PRC)
102. Flavia Fornari (rsu Cub Cinema Moderno Roma)
103. Michele Franco (Rete dei Comunisti Napoli)
104. Delia Fratucelli (Comitato No Debito Torino)
105. Joseph Fremder (segretario nazionale Unità Sindacale)
106. Giovanna Frisoli (insegnante Scuole Civiche Milano)
107. Andrea Fumagalli (Università di Pavia)
108. Franco Fuselli
109. Giuseppe Gaggero
110. Ezio Gallori (Ancora In Marcia...)
111. Enrico Gamberini (rsu USB Regione Emilia Romagna)
112. Maria Antonietta Garofalo (segretaria circolo "G. Impastato" PRC Castelvetrano TP)
113. Eugenio Gemmo (PCL)
114. Andrea Genovali (Sesto Fiorentino FI)
115. Ilario Germinario (responsabile ASIA-Usb, Grosseto)
116. Alì Ghaderi (CPF PRC Teramo)
117. Pablo Ghaderi (studente Teramo)
118. Davide Ghiglione (comitati No Terzo Valico Genova)
119. Valeria Ghiso (docente scuola superiore, direttivo Flc Cgil Liguria)
120. Michele Giacchè (Fincantieri, Comitato Centrale Fiom)
121. Alfonso Gianni
122. Luciano Governali (Ateneinrivolta)
123. Patrizia Granchelli (segretaria circolo PRC lavoratori Poste Milano)
124. Luciano Granieri (PRC Frosinone)
125. Paolo Grassi (Falce Martello)
126. Antonino Grasso
127. Dino Greco (direttore di “Liberazione”)
128. Nicolò Greco (macchinista Metropolitana ATM Milano in pensione)
129. Silvio Greco (comitato No People Mover Bologna)
130. Franco Grisolia (PCL)
131. Stefano Grondona (CPF PRC Bologna)
132. Carlo Guglielmi (avvocato del lavoro, Forum Diritti Lavoro)
133. Mario Iavazzi (FP Cgil)
134. Filippo Incorvaia (Vercelli)
135. Lena Innocenzi (pensionata Bologna)
136. Nicola Iozzo (segretario sez. PdCI Vibo Valentia)
137. Enrico Lancerotto (Ateneinrivolta)
138. Paolo Leonardi (esecutivo nazionale Usb)
139. Massimo Liberati (segretario Coord. naz. Unità Sindacale BNL)
140. Paola Liberto (ARCI Solidarietà Roma)
141. Mimmo Loffredo (Fiom Fiat Pomigliano)
142. Pasquale Lojacono (rsu Fiom Fiat Mirafiori)
143. Danilo Lollobrigida (Laboratorio politico Alternativa)
144. Valter Lorenzi (Rete dei Comunisti Pisa)
145. Ugo Lucignano (direzione Fiom Torino)
146. Alessandra Luperto (Fiom, direttivo Cgil Bologna)
147. Piero Maestri (portavoce nazionale Sinistra Critica)
148. Benedetto Mallevadore (rsu C.P.To. Rai)
149. Eva Mamini (direttivo nazionale Cgil)
150. Franceso Mancini (segretario Coord. naz. Unità Sindacale BNL)
151. Fabio Mantero (presidente ANPI Fincantieri Genova Sestri)
152. Antongiulio Mannoni, Segretario CGIL Genova
153. Paolo Maras (esecutivo Trasporto aereo Usb)
154. Fabio Marcelli (Giuristi democratici)
155. Alessio Marconi (Comitato in difesa della scuola pubblica)
156. Rosario Maresca (USB Trasporto Pubblico Locale)
157. Sante Marini (Fiom Alcatel Alenia Roma)
158. Rita Martufi (ricercatrice CESTES Proteo)
159. Francesco Masè (direttivo sezione PdCI Vibo Valentia)
160. Ugo Mattei (Politecnico di Torino)
161. Antonio Mazzeo (insegnante)
162. Graziano Mazzocchini (Ateneinrivolta)
163. Annalisa Melandri (giornalista indipendente, attivista per la difesa dei diritti umani, Roma)
164. Luigi Minghetti (GTT Torino)
165. Emanuele Miraglia (Collettivo Autunno Caldo)
166. Furio Mocco (cassintegrato Ferrania Val Bormida)
167. Emilio Molinari
168. Arnaldo Monga (esecutivo Usb PI Lombardia)
169. Walter Montagnoli (Confederazione unitaria di base)
170. Fabio Morabito (direzione naz. Usb PI)
171. Antonio Moscato (storico)
172. Massimiliano Murgo (coord. lavoratori autoconvocati Milano)
173. Roberto Musacchio (ex parlamentare europeo)
174. Alessandro Mustillo (direzione nazionale CSP-Partito comunista)
175. Loretta Napoleoni (economista)
176. Alfonso Natale (Cub Scuola)
177. Maurizia Nichelatti (pensionata della scuola, Savona)
178. Fabio Nobile (consigliere regionale PdCI Lazio)
179. Fabio Opimo (rsu Slc Cgil Telecom Italia)
180. Moni Ovadia (attore, scrittore)
181. Paola Palmieri (esecutivo nazionale Usb)
182. Emidia Papi (esecutivo nazionale Usb)
183. Carlo Parascandolo (ferroviere, Coordinamento Milanese di Solidarietà “Dalla parte dei lavoratori”)
184. Roberto Pardini (direttivo FLC Cgil Genova)
185. Moreno Pasquinelli (Rivoluzione democratica)
186. Pietro Passarino (Cgil Piemonte)
187. Leonardo Pegoraro (Comunisti Uniti Marche)
188. Alberto Perino (Movimento No Tav)
189. Alessandro Perrone (Comunisti Uniti FVG)
190. Monica Perugini (direzione nazionale CSP-Partito comunista)
191. Ciro Pesacane (Forum ambientalista)
192. Osvaldo Pesce (blog pennabiro.it, Coordinamento Milanese di Solidarietà “Dalla parte dei lavoratori”)
193. Sabina Petrucci (Fiom nazionale)
194. Virginio Pilò (assemblea lavoratori autoconvocati Bologna)
195. Mario Pittella (Comunisti Uniti Lombardia)
196. Mario Pizzaballa (pensionato Spi Cgil)
197. Yuri Pizzichi
198. Angelo Pozzi (Circolo Bancari e Assicurativi, Ufficio Credito PRC Milano)
199. Yole Predan
200. Elisa Pucci
201. Paolo Pullini (rsu Fiom Fincantieri)
202. Franco Ragusa (www.riforme.info, Associazione per la Democrazia costituzionale)
203. Stefano Redaelli (comitato No People Mover Bologna)
204. Jacopo Renda (Direzione nazionale PRC)
205. Rodolfo Ricci (coordinatore nazionale FILEF)
206. Giuliana Righi (Fiom Emilia Romagna)
207. Maurizio Rimassa, Coordinamento nazionale USB
208. Marco Rizzo (segretario CSP-Partito comunista)
209. Mara Rosselli (lavoratrice Regione Emilia Romagna)
210. Federico Rossetti (rsu Slc Cgil Telecom Italia)
211. Roberto Rossetti (Sinistra Critica Roma)
212. Amelia Rossi (presidente FILEF Buenos Aires)
213. Franco Russo (Forum Diritti Lavoro)
214. Giovanni Russo Spena (responsabile giustizia PRC)
215. Marta Russo (Ateneinrivolta)
216. Gianni Russotto (Comitato per la Pace "Rachel Corrie" Genova)
217. Paolo Sabatini (esecutivo nazionale Usb)
218. Arturo Salerni (avvocato del lavoro)
219. Ersilia Salvato (ex senatrice, Associazione Per la democrazia costituzionale)
220. Dario Salvetti (Cgil Firenze)
221. Piero Sansonetti (giornalista)
222. Sandro Sartorio (esecutivo nazionale USB)
223. Raffaele Sbarra (macchinista FS in pensione, Coordinamento Milanese di Solidarietà “Dalla parte dei lavoratori”)
224. Vito Scamardella (USB Comune di Napoli)
225. Laura Scappaticci (circolo "Carlo Giuliani" PRC Frosinone)
226. Francesco Selis (San Lazzaro di Savena - BO)
227. Giorgio Sestili (Ateneinrivolta)
228. Claudio Simbolotti (operaio Usb manutenzioni RFI)
229. Nando Simeone (coordinamento lavoratori autoconvocati Roma)
230. Vincenzo Simoni (presidente nazionale Unione Inquilini)
231. Mario Sinopoli (Fiom Calabria)
232. Angelo Sofo
233. Simone Solari (AMT Genova)
234. Andrea Soprani (rsu Fiom Fincantieri)
235. Aboubakar Soumahoro (responsabile Usb Immigrati)
236. Francesco Staccioli (esecutivo Usb Lazio)
237. Gianni Tamino (docente universitario, ambientalista storico)
238. Andrea Tesini (direttivo FP Cgil Bologna)
239. Luigi Tessarollo (operatore socio sanitario, operaio metalmeccanico in mobilità Solagna VI)
240. Giuseppe Tiano (Filctem Cgil Cosenza)
241. Piergiorgio Tiboni (Confederazione unitaria di base)
242. Antonello Tiddia (rsu Cgil Sulcis)
243. Giovanna Tinè (Laboratorio politico Alternativa)
244. Fabrizio Tomaselli (esecutivo nazionale Usb)
245. Maria Elena Tomassini (ANPI VII Municipio Roma)
246. Angelo Torrazza (Piemonte)
247. Marcello Torzini
248. Vittorio Torzini
249. Alessandro Trevisan (segretario generale OrSA Trasporti)
250. Fabrizio Tringali (Alternative)
251. Gabriella Tulli (insegnante Giulianova)
252. Franco Turigliatto (portavoce nazionale Sinistra Critica)
253. Stefano Ulliana (insegnante precario Udine)
254. Luciano Vasapollo (Università La Sapienza Roma)
255. Gianni Vattimo (professore emerito Università di Torino, deputato europeo)
256. Jacopo Venier (direttore Libera Tv)
257. Marco Veruggio (Controcorrente)
258. Guido Viale (economista)
259. Marco Villani (Segretario Coord. naz. Unità Sindacale BNL)
260. Roberto Villani (Cobas Scuola)
261. Nico Vox (direttivo Cgil Milano)
262. Pasquale Voza (docente universitario)
263. Achille Zasso (Rete 28 Aprile Milano)
264. Anna Maria Zavaglia (direttivo nazionale Cgil)
265. Danilo Zucchet (esecutivo Usb Lavoro Privato Lombardia)
266. Massimo Zucchetti
267. Comitato No Debito
268. ACU, Associazione Consumatori Utenti
269. Ateneinrivolta - Coordinamento Nazionale dei Collettivi
270. Centro Sociale 28 maggio (Rovato BS)
271. Comitato 5 Aprile per la Sicurezza sul Lavoro-Roma
272. Confederazione Unitaria di Base
273. Consiglio Metropolitano Roma
274. Coordinamento lavoratori autoconvocati
275. Coordinamento Milanese di Solidarietà “Dalla parte dei lavoratori”
276. Coordinamento precari scuola
277. Csp-Csu (Comitato in difesa della Scuola Pubblica - Coordinamento Studentesco Universitario)
278. CSP-Partito comunista
279. Esc, Atelier autogestito Roma
280. FILEF (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie)
281. Forium ambientalista
282. Forum Diritti Lavoro
283. Movimento No TAV
284. OrSA, Organizzazione Sindacati Autonomi e di Base
285. Redazione Contropiano
286. Redazione di pennabiro.it
287. Rete 28 aprile nella Cgil
288. Redazione Radio Città Aperta
289. Rete San Precario Milano
290. Rete Viola
291. Unione Sindacale di Base
292. Unità Sindacale BNL FAISA Milano
293. Comunisti Uniti
294. Associazione Controcorrente
295. Falce Martello
296. Laboratorio politico Alternativa
297. Partito Comunista dei Lavoratori
298. Partito dei CARC
299. Partito della Rifondazione Comunista
300. Partito della Rifondazione Comunista, Federazione di Bergamo
301. Partito Umanista
302. Rete dei comunisti
303. Rivoluzione democratica
304. Sinistra Critica
Per aderire: comitatonazionale@nodebito.it
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Il ministro anti-welfare
Salvatore Cannavò
La "paccata di soldi" tirata fuori dal ministro Fornero fa pensare seriamente a quel linguaggio berlusconiano che tanto abbiamo contestato in questi lunghi anni. Sappiamo bene che il paragone può essere indecente - su questo stesso blog abbiamo definito l'ex ministro Maurizio Sacconi un novello "talebano" proprio per l'ideologizzazione forzata che aveva impresso al tema della riforma del lavoro. E dispiace che sia così, perché in questo modo la politica diventa una melassa indistinta e perde di significato. E' bene, però, evitare di soffermarsi sulle forme - anche quando, come in questo caso, sono rivelatrici di tic di fondo - e guardare alla sostanza. E la sostanza del dibattito sui temi sociali oggi parla di una riorganizzazione della spesa sociale che allude a una riorganizzazione complessiva della società con pesanti ricadute per le generazioni passate e per quelle a venire.
Già con le pensioni si è proceduto a colpi di machete, sapendo che sull'onda del fallimento berlusconiano, della paura del default, della volontà di vedere alla prova i "tecnici" al governo, Mario Monti e i suoi ministri avevano carta bianca. Si è allungata terribilmente l'età di pensionamento, si sono ridotte le prestazioni e, soprattutto, si è introdotto integralmente quel sistema contributivo i cui effetti si vedranno davvero solo fra trenta-quarant'anni, quando di scoprirà che le pensioni non raggiungeranno il 40 per cento dell'ultimo reddito disponibile.
Ora ci si riprova con il lavoro. E si scopre che gli intenti di "grande riforma" avanzati all'inizio erano solo un bluff. Basti guardare al dibattito sul contratto unico. Ci si ricorderà tutta la discussione sul "modello Boeri" o "modello Ichino", sulla possibilità di eliminare tutta la giungla dei contratti atipici. Nel dicembre scorso, in una molto citata intervista al Corriere della Sera, Elsa Fornero spiegava di voler giungere proprio "al contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che non tuteli più al 100 per cento il solito segmento iperprotetto". In effetti era chiaro che il contratto unico costituisse, già allora, solo merce di scambio con l'articolo 18, cioè con l'eliminazione della supposta protezione per gli iperprotetti. Una volta che lo scambio è saltato, il contratto unico - risposta parziale ma nella giusta direzione - è saltato e oggi di eliminare i contratti atipici non si discute più.
Sugli ammortizzatori, invece, si rischia una vera e propria truffa. Perché con l'idea, giusta e doverosa, di tutelare anche coloro che non hanno alcun beneficio fiscale - secondo la Banca d'Italia sono almeno 1,6 milioni di persone ma in realtà ci sarebbe da considerare più estesamente tutta l'area del non lavoro - si prendono le risorse attuali e le si spacchettano su una platea più ampia. Riducendo le prestazioni, già scarse, e senza nemmeno arrivare a tutte le tipologie di lavoro. La sostanza dello scontro è questa e non se ne esce se non c'è un afflusso cospicuo di maggiori risorse da destinare ad ammortizzatori della crisi.
Sull'articolo 18, infine, si procede a colpi di ideologismi facendo diventare una tutela contro il licenziamento discriminatorio - protetto dal reintegro sul posto di lavoro - una sorta di impedimento complessivo a licenziare. Basta guardare ai mille licenziamenti diversi cui assistiamo ogni giorno per capire dov'è la realtà.
Il problema di fondo, però, al di là delle "paccate di soldi", è che l'intera operazione si giustifica solo con la volontà di ridurre l'attuale sistema di welfare. "E' il debito che si è giocato il welfare" diceva recentemente il ministro in una conversazione con Repubblica. Ma il debito non lo hanno certo provocato i pensionati, i precari o i lavoratori in mobilità. Proprio qualche giorno fa è stato pubblico lo studio Eurostat sulla spesa sociale europea da cui emerge che l'Italia è perfettamente in linea con la spesa dell'Europa a 27, il 28,4 per cento del Pil. Solo che questa percentuale, riferita al 2009, deve tenere conto del fatto che nel 2008 il Pill italiano è sceso dell'1,4 per cento e addirittura del 5,1 per cento nel 2009. Solo così si spiega perché una percentuale di circa il 26 per cento mantenuta costante per tutti gli anni 2000 sale di colpo al 27 e poi al 28 per cento negli ultimi due anni (2008 e 2009) presi in esame dal rapporto Eurostat.
L'Istituto statistico europeo fa notare però che se l'Italia è ampiamente sotto la media europea per quanto riguarda la spesa per disoccupazione, malattia, assistenza alle famiglie e edilizia sociale, si colloca ben sopra per quanto riguarda la spesa pensionistica: il 17 per cento contro una media della Ue a 27 del 12,8. Ma sempre l'Eurostat è costretta a ricordare due cose: che nella spesa pensionistica italiana è calcolato anche il Tfr e soprattutto che l'Italia ha una popolazione sopra i 60 anni pari al 26,1 per cento contro una media europea del 22,8. Insomma, ci sono gli anziani, soprattutto donne - che usufruiscono della pensione di reversibilità - e quindi occorre spendere di più in questa direzione.
Fatti i conti, l'Italia non ha aumentato la spesa sociale in modo tale da giustificare l'argomento del debito. Semmai, occorre andare a guardare la spaventosa evasione fiscale, e i regali fiscali alle imprese finanziarie e non - circa il 10 per cento in un decennio, sempre secondo i dati Eurostat - per capire chi ha generato il debito. Ma la realtà è spesso una medicina amara quando si persegue una missione (e non a caso anche in Italia sta nascendo l'iniziativa per un Audit sul debito pubblico per capire da chi e come è stato generato). In realtà, la missione del governo Monti è quella, in sintonia con la Bce, di rivedere il modello sociale europeo e il ministro Fornero con tutta la sua competenza e la sua internità al mondo illuminato della buona borghesia bancaria torinese, si è prestata, convinta, allo scopo.
La "paccata di soldi" tirata fuori dal ministro Fornero fa pensare seriamente a quel linguaggio berlusconiano che tanto abbiamo contestato in questi lunghi anni. Sappiamo bene che il paragone può essere indecente - su questo stesso blog abbiamo definito l'ex ministro Maurizio Sacconi un novello "talebano" proprio per l'ideologizzazione forzata che aveva impresso al tema della riforma del lavoro. E dispiace che sia così, perché in questo modo la politica diventa una melassa indistinta e perde di significato. E' bene, però, evitare di soffermarsi sulle forme - anche quando, come in questo caso, sono rivelatrici di tic di fondo - e guardare alla sostanza. E la sostanza del dibattito sui temi sociali oggi parla di una riorganizzazione della spesa sociale che allude a una riorganizzazione complessiva della società con pesanti ricadute per le generazioni passate e per quelle a venire.
Già con le pensioni si è proceduto a colpi di machete, sapendo che sull'onda del fallimento berlusconiano, della paura del default, della volontà di vedere alla prova i "tecnici" al governo, Mario Monti e i suoi ministri avevano carta bianca. Si è allungata terribilmente l'età di pensionamento, si sono ridotte le prestazioni e, soprattutto, si è introdotto integralmente quel sistema contributivo i cui effetti si vedranno davvero solo fra trenta-quarant'anni, quando di scoprirà che le pensioni non raggiungeranno il 40 per cento dell'ultimo reddito disponibile.
Ora ci si riprova con il lavoro. E si scopre che gli intenti di "grande riforma" avanzati all'inizio erano solo un bluff. Basti guardare al dibattito sul contratto unico. Ci si ricorderà tutta la discussione sul "modello Boeri" o "modello Ichino", sulla possibilità di eliminare tutta la giungla dei contratti atipici. Nel dicembre scorso, in una molto citata intervista al Corriere della Sera, Elsa Fornero spiegava di voler giungere proprio "al contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che non tuteli più al 100 per cento il solito segmento iperprotetto". In effetti era chiaro che il contratto unico costituisse, già allora, solo merce di scambio con l'articolo 18, cioè con l'eliminazione della supposta protezione per gli iperprotetti. Una volta che lo scambio è saltato, il contratto unico - risposta parziale ma nella giusta direzione - è saltato e oggi di eliminare i contratti atipici non si discute più.
Sugli ammortizzatori, invece, si rischia una vera e propria truffa. Perché con l'idea, giusta e doverosa, di tutelare anche coloro che non hanno alcun beneficio fiscale - secondo la Banca d'Italia sono almeno 1,6 milioni di persone ma in realtà ci sarebbe da considerare più estesamente tutta l'area del non lavoro - si prendono le risorse attuali e le si spacchettano su una platea più ampia. Riducendo le prestazioni, già scarse, e senza nemmeno arrivare a tutte le tipologie di lavoro. La sostanza dello scontro è questa e non se ne esce se non c'è un afflusso cospicuo di maggiori risorse da destinare ad ammortizzatori della crisi.
Sull'articolo 18, infine, si procede a colpi di ideologismi facendo diventare una tutela contro il licenziamento discriminatorio - protetto dal reintegro sul posto di lavoro - una sorta di impedimento complessivo a licenziare. Basta guardare ai mille licenziamenti diversi cui assistiamo ogni giorno per capire dov'è la realtà.
Il problema di fondo, però, al di là delle "paccate di soldi", è che l'intera operazione si giustifica solo con la volontà di ridurre l'attuale sistema di welfare. "E' il debito che si è giocato il welfare" diceva recentemente il ministro in una conversazione con Repubblica. Ma il debito non lo hanno certo provocato i pensionati, i precari o i lavoratori in mobilità. Proprio qualche giorno fa è stato pubblico lo studio Eurostat sulla spesa sociale europea da cui emerge che l'Italia è perfettamente in linea con la spesa dell'Europa a 27, il 28,4 per cento del Pil. Solo che questa percentuale, riferita al 2009, deve tenere conto del fatto che nel 2008 il Pill italiano è sceso dell'1,4 per cento e addirittura del 5,1 per cento nel 2009. Solo così si spiega perché una percentuale di circa il 26 per cento mantenuta costante per tutti gli anni 2000 sale di colpo al 27 e poi al 28 per cento negli ultimi due anni (2008 e 2009) presi in esame dal rapporto Eurostat.
L'Istituto statistico europeo fa notare però che se l'Italia è ampiamente sotto la media europea per quanto riguarda la spesa per disoccupazione, malattia, assistenza alle famiglie e edilizia sociale, si colloca ben sopra per quanto riguarda la spesa pensionistica: il 17 per cento contro una media della Ue a 27 del 12,8. Ma sempre l'Eurostat è costretta a ricordare due cose: che nella spesa pensionistica italiana è calcolato anche il Tfr e soprattutto che l'Italia ha una popolazione sopra i 60 anni pari al 26,1 per cento contro una media europea del 22,8. Insomma, ci sono gli anziani, soprattutto donne - che usufruiscono della pensione di reversibilità - e quindi occorre spendere di più in questa direzione.
Fatti i conti, l'Italia non ha aumentato la spesa sociale in modo tale da giustificare l'argomento del debito. Semmai, occorre andare a guardare la spaventosa evasione fiscale, e i regali fiscali alle imprese finanziarie e non - circa il 10 per cento in un decennio, sempre secondo i dati Eurostat - per capire chi ha generato il debito. Ma la realtà è spesso una medicina amara quando si persegue una missione (e non a caso anche in Italia sta nascendo l'iniziativa per un Audit sul debito pubblico per capire da chi e come è stato generato). In realtà, la missione del governo Monti è quella, in sintonia con la Bce, di rivedere il modello sociale europeo e il ministro Fornero con tutta la sua competenza e la sua internità al mondo illuminato della buona borghesia bancaria torinese, si è prestata, convinta, allo scopo.
mercoledì 7 marzo 2012
"Per la Ue si sta preparando una terapia-shock"
Eric Toussaint, laureato in scienze politiche e presidente del Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo (CADTM), è membro della Commissione di Audit integrale del credito pubblico dell’Ecuador (CAIC) le cui conclusioni hanno portato alla sospensione del pagamento di una parte del debito ecuadoriano. Secondo lui, la Grecia deve sospendere il pagamento del debito e deve ribellarsi contro la Troika composta dalla Banca Centrale Europea, il FMI e la Commissione Europea, perché in caso contrario affonderebbe in una recessione permanente.
Come descriverebbe lei il momento che attraversano alcuni Paesi dell’Unione Europea come la Grecia che hanno enormi debiti pubblici?
Si può paragonare la loro situazione con quella dell’America Latina durante la seconda metà degli anni ’80.
Per quali ragioni?
L’esplosione della crisi del debito in America Latina ha avuto luogo nel 1982. La crisi bancaria privata è scoppiata negli Stati Uniti e in Europa nel 2007-2008 e si è trasformata a partire dal 2010 in una crisi del debito sovrano dovuta principalmente alla socializzazione delle perdite delle banche private e alla riduzione delle entrate fiscali provocata dalla crisi. Nel caso europeo, così come in quello latinoamericano, vari anni dopo lo scoppio della crisi, ci troviamo in una situazione in cui i creditori privati e i loro rappresentanti si riuniscono per imporre le condizioni a tutti i governi. Fanno pressioni su di loro perché attuino politiche drastiche di aggiustamento che si concretizzano in una riduzione della spesa pubblica e una riduzione del potere d’acquisto della popolazione. Ciò porta queste economie a uno stato di recessione permanente.
Però anche nei momenti peggiori l’America Latina non ha mai raggiunto il livello di debito che attualmente ha la maggioranza dei Paesi della zona euro, che supera il 100 % del PIL.
Il livello del debito europeo è impressionante. Nel caso della Grecia si tratta del 160% del PIL, e diversi paesi dell’Unione Europea hanno un debito che raggiunge o supera il 100% della loro produzione. È chiaro che ci sono delle differenze tra le due crisi, ma nella comparazione che faccio il livello di indebitamento non è un aspetto fondamentale.
Vuol dire che la sua comparazione si accentra sulle conseguenze politiche di queste due crisi?
È naturale. Quando paragono l’Europa attuale con l’America Latina della seconda metà degli anni ottanta, voglio dire che i creditori nel caso dell’Europa, ossia le banche europee e la Troika (FMI, BCE e CE) esigono dalla Grecia misure molto simili a quelle del Piano Brady, che colpì l’America Latina alla fine degli anni ’80.
Potrebbe spiegarlo più dettagliatamente?
Alla fine degli anni ’80 i creditori dell’America Latina -Banca Mondiale, FMI, Club di Parigi, il Tesoro USA e il Club di Londra per i banchieri- riuscirono ad imporre la loro agenda e le loro condizioni. I creditori privati trasferirono una parte dei loro crediti alle istituzioni multilaterali, e agli Stati tramite la titolarizzazione, cioè trasformando crediti bancari in titoli. Un’altra parte dei crediti bancari subì una riduzione e fu trasformata in nuovi titoli con un tasso d’interesse fisso. Il Piano Brady ebbe un ruolo importante sia nella difesa dei banchieri che nell’imposizione dell’austerità permanente. Il piano di salvataggio della Grecia è molto simile: si riduce lo stock dei debiti, ci sarà un interscambio di titoli con le banche europee rimpiazzandoli, come nel Piano Brady, con nuovi titoli. Le banche private riducono in questo modo i loro crediti con la Grecia (o Portogallo, Irlanda…) come lo avevano fatto con l’America Latina. Progressivamente e in modo massiccio, i creditori pubblici si predispongono ad esercitare un’enorme pressione per far sì che il rimborso dei nuovi titoli che possiedono le banche sia effettuato interamente. In questo modo la totalità dei fondi prestati alla Grecia andrà al pagamento dei debiti. Allo stesso tempo, questi creditori pubblici (la Troika) esigono un’austerità permanente in termini di spesa sociale dello Stato, di privatizzazioni massicce, di una regressione in materia di diritti economici e sociali mai vista in 65 anni (ossia, dalla fine della seconda guerra mondiale) e un abbandono sostanziale della sovranità da arte dei Paesi che hanno la disgrazia di aver bisogno di credito. In America Latina, questo periodo è stato definito «la lunga notte neoliberista».
I creditori inoltre obbligarono i Paesi dell’America Latina a ridurre i salari, le pensioni, la spesa sociale e a piegarsi religiosamente al pagamento del debito.
E questa è la ragione per cui dico che siamo nella stessa situazione. In Europa il problema non colpisce ancora tutti i Paesi, ma i più deboli come Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna, Ungheria, Romania, le repubbliche baltiche e la Bulgaria. Tuttavia in questi Paesi messi insieme vivono circa 170 milioni di persone su una popolazione totale dell’Unione Europea di circa 500 milioni. La maggior parte degli altri Paesi europei applica a un livello più basso politiche sociali estremamente conservatrici: Regno Unito (62 milioni di abitanti), Germania (82 milioni di abitanti), Belgio (10 milioni di abitanti), Francia (65 milioni di abitanti)…
La conseguenza politica della crisi del debito in America Latina fu la creazione dello Stato neoliberista. L’Europa sta andando nella stessa direzione?
Non è una novità. Le politiche neoliberiste vengono attuate in Europa già da trent’anni. È evidente che la risposta alla crisi del FMI, dei governi che rappresentano le classi dominanti, delle grandi banche e delle grandi imprese industriali consiste nell’attuazione di una terapia dello shock come quella descritta da Naomi Klein. Il suo obiettivo è quello di completare il progetto neoliberista intrapreso da Margaret Thatcher nel 1979-1980 in Gran Bretagna e che progressivamente si è esteso all’Europa durante gli anni ottanta. Per i Paesi dell’Europa centrale e dell’Est, ex membri del blocco sovietico, si tratta della seconda terapia dello shock in 25 anni.
Ma in Europa continua ad esistere lo Stato sociale.
Come ho appena detto, i governi hanno cominciato un lavoro di distruzione del Patto sociale e delle conquiste popolari del periodo 1945-1980. È ciò che ha iniziato Margaret Thatcher. Dopo la seconda guerra mondiale, per trenta-trentacinque anni, i popoli d’Europa avevano accumulato conquiste e avevano ottenuto uno Stato sociale, con un sistema di protezione sociale molto solido: contratti collettivi, diritti del lavoro, ecc. che proteggeva i lavoratori e riduceva in modo significativo il lavoro precario. La Thatcher volle distruggere tutto questo ma dopo trent’anni di politiche neoliberiste in Europa, questo lavoro non è stato portato a termine, cosicché ne rimangono ancora dei resti.
E la crisi del debito è l’opportunità di consolidare quello che aveva iniziato la Thatcher .
La crisi permette una terapia dello shock come quella realizzata dai creditori e dalle classi dominanti in America Latina negli anni ’80 e ‘90.
In Perù è stata attuata nell’agosto del 1990.
Abbiamo assistito allo sviluppo di una fase che comprende una nuova ondata di privatizzazioni delle imprese pubbliche. In Europa verranno privatizzate le imprese pubbliche che ancora rimangono.
Verrà applicata in Europa la stessa dottrina della sicurezza che fu attuata in America Latina, dove i sindacati venivano definiti terroristi?
È evidente che l’autoritarismo nel modo di esercitare il potere sta aumentando in Europa. Durante questi ultimi anni sono già entrate in vigore leggi che criminalizzano i movimenti sociali, leggi antiterrorismo. La repressione aumenta ma non assume la forma dell’eliminazione fisica degli attivisti come nei peggiori momenti in America Latina, alla fine degli anni ’70 e al principio degli anni ‘80. Ciò nonostante, la situazione europea somiglia a quella dei Paesi latinoamericani. Dopo le sangunose dittature (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, dagli anni ’70 all’inizio degli anni ’80) si insediarono regimi di transizione (Cile, Brasile) o democrazie che attuarono una politica neoliberista molto dura. In Europa viviamo un periodo di marginalizzazione del potere legislativo, di instaurazione di governi tecnici (come in Italia), di abbandono del dialogo sociale combinato con i tentativi di restrizione del diritto di sciopero, alla limitazione dei picchetti formati dagli scioperanti per bloccare l’entrata delle fabbriche, di repressione delle manifestazioni.
Come reagiscono i parlamenti nazionali di fronte a questo pacchetto di misure?
I parlamenti europei sono marginalizzati dato che la Troika manda il seguente avvertimento ai governi: «Se volete crediti, è necessario che mettiate in atto misure di aggiustamento e non c’è tempo per deliberazioni in parlamento». Alcuni piani si devono adottare nello spazio di pochi giorni, anche di 24 ore.
Come abbiamo visto in Grecia
È ciò che è appena successo in Grecia. La Troika ha preteso un piano. Alla fine si è ottenuta l’approvazione da parte del parlamento greco, la notte di domenica 12 febbraio. Ma il giorno dopo il commisario europeo per gli Affari Economici ha annunciato che mancavano 325 milioni di euro di tagli supplementari e ha concesso 48 ore di tempo al governo greco. Questo dimostra che il parlamento greco non ha alcun potere decisionale e che il governo è tutelato dalla Troika.
Questo ha dato luogo a una gigantesca manifestazione
Ma non soltanto in Grecia, ci sono grandi manifestazioni anche in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, al momento con una minore intensità, ma che si rafforzeranno. Inoltre ci sono mobilitazioni in numerosi Paesi d’Europa, inclusa la Gran Bretagna. In Belgio, abbiamo avuto nel gennaio 2012 il primo sciopero generale in 18 anni. Lo sciopero ha paralizzato l’economia belga e i trasporti per 24 ore.
Cosa deve fare la Grecia per uscire dal problema?
La Grecia deve smetterla di sottomettersi agli ordini della Troika e sospendere unilateralmente il pagamento del suo debito per obbligare i creditori a negoziare a condizioni per loro sfavorevoli. Se la Grecia sospende il pagamento come ha fatto l’Ecuador nel novembre 2008, tutti i possessori di buoni li venderanno al 30% (o meno) del loro valore nominale. Questo metterà in difficoltà i possessori di titoli, cosa che darà più forza al governo greco [per imporre le sue condizioni], anche in una situazione così difficile.
L’Ecuador sospese il pagamento dei suoi titoli nel novembre 2008 dopo un processo di audit, ma non si trovava nella stessa situazione della Grecia. L’Argentina sospese il pagamento nel 2001 in una situazione simile a quella greca
Il paragone è più indovinato con l’Argentina che non aveva liquidità per pagare. Sospese il pagamento e non lo riprese per tre anni (dal dicembre 2001 al marzo 2005) per quanto riguarda i mercati finanziari e finora rispetto al Club di Parigi (ossia più di 10 anni). Così facendo, l’Argentina riuscì a ricominciare la crescita economica e impose ai creditori una rinegoziazione del debito con un taglio del 60%.
Questo ebbe come conseguenza l’esclusione dell’Argentina dai mercati finanziari, che prosegue
È vero, anche se l’Argentina pur esclusa dai mercati finanziari da 10 anni e non pagando nulla al Club di Parigi, da 10 anni ha anche una crescita annuale media dell’8%. Questo dimostra che un Paese può avere fonti alternative di finanziamento rispetto ai mercati finanziari. Neanche l’Ecuador emette nuovi titoli sui mercati ed ha avuto una crescita del 6% en 2011, mentre la Grecia ha sofferto un calo del 7% del suo prodotto interno lordo.
Ma l’Ecuador si sta indebitando con la Cina a tassi d’interesse molto alti
È vero. È necessario trovare il modo di mantenere la sovranità rispetto a queste nuove fonti di finanziamento. È per questo che bisogna accelerare l’avvio della Banca del Sud.
Torniamo alla Grecia: gran parte degli analisti, lei compreso, sostiene che gran parte del debito greco è illegittimo
Naturalmente.
Ma soltanto un audit può dimostrarlo.
Una parte del movimento sociale europeo ha imparato la lezione dell’esperienza latinoamericana. Abbiamo fatto la proposta di un audit dei cittadini sul debito che ha avuto un’eco enorme. Ci sono audit dei cittadini in corso o sul punto di iniziare in 7 Paesi europei (Grecia, Francia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia e Belgio) e senza l’appoggio dei governi.
Lei crede che questo sfocerà, soprattutto nel caso greco, in un audit ufficiale?
Vedremo. questo implica un cambiamento di governo, cioè ci sarebbe bisogno che il movimento sociale fosse abbastanza forte da farla finita con le soluzioni governative favorevoli ai creditori e che si arrivi a un governo alternativo.
Però manca molto per arrivare a cambiare l’orientamento dei governi europei, come quello della Grecia.
Effettivamente siamo in una crisi che può durare 10 o 15 anni. Siamo soltanto nella prima fase della resistenza. Sarà durissima. Con urgenza, i movimenti sociali devono riuscire ad esprimere nei fatti una solidarietà attiva con il popolo greco e creare una piattaforma comune europea di resistenza all’austerità con l’obiettivo di ottenere l’annullamento dei debiti illegittimi.
Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo
Solidarietà con i lavoratori elettrici messicani
Le organizzazioni rivoluzionarie e anticapitaliste di diversi paesi del mondo, riunite ad Amsterdam nei Paesi Bassi nella convocazione del Comitato Esecutivo della Quarta Internazionale, chiedono al governo messicano guidato da Felipe Calderón la risoluzione immediata del conflitto derivante dalla chiusura illegale del società Luz y Fuerza del Centro.
Per le nostre organizzazioni è perfettamente chiaro che il licenziamento di massa di 44 mila lavoratori, organizzati nel Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), non aveva altro obiettivo che la privatizzazione dell'industria elettrica e la distruzione di un sindacato democratico e combattivo. Due anni dopo l'inizio del conflitto, la SME continua a svolgere un'esemplare lotta che è riconosciuta a livello internazionale.
Il 13 settembre 2011, il governo di Felipe Calderón, tramite il Segretario di Governo, si è impegnato a garantire il reimpiego di 16.599 lavoratrici e lavoratori che avevano lottato contro la liquidazione della società, così come il rilascio di 12 prigionieri politici elettricisti, ingiustamente imprigionati. Fino ad oggi, il governo non ha rispettato i suoi impegni.
Chiediamo il reintegro immediato dei lavoratori in lotta e la liberazione dei prigionieri politici.
Comitato Internazionale della Quarta Internazionale,
Partido Revolucionario de los Trabajadores (PRT-Messico),
Labour Party of Pakistan (LPP Pakistan),
Nava Saama Samaja Party (NSSP Sri Lanka),
Movimiento de Unidad Socialista (MUS-Messico),
Gauche Socialiste (Quebec, Canada),
RSB (Germany),
Jeunes du NPA (Francia),
OKDE-Spartakos (Grecia),
Ligue Communiste Revolutionnaire (Belgio),
Agrupación Popular Socialista Revolucionaria (APSR, Portogallo),
Corriente Enlace del PSOL (Brasile),
Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA, Francia),
Socialistisk Partiet (Svezia),
Izquierda Anticapitalista (Stato spagnolo),
Antikapitalistak (Euskal Herria, Paesi Baschi),
Ligue de la Gauche Ouvrière (Tunisia),
La Lucha Continua (Perù),
Partito Comunista del Bangladesh (M-L) (Bangladesh),
MST (Argentina),
Marea Socialista (Venezuela),
Internatiuonal Socialist League (Germany),
Solidarity (USA),
ISO (USA),
Socialist Action (USA),
MES-PSOL (Brasile),
Al Mounadil-A (Marocco),
Peoples Liberation Party (Indonesia),
Revolutionary Workers’ Party-Mindanao (Filippine),
Revolutionary Socialist Party (Australia),
Colectivo Feminista (Ecuador),
Revolutionary Communist League (Giappone),
Sinistra Critica (Italia),
Groupe Revolutionnaire Socialiste (Martinica),
Socialist Movement (Russia),
Jeaunesse Anticapitaliste (Belgio),
Socialist Resistance (Gran Bretagna)
Per le nostre organizzazioni è perfettamente chiaro che il licenziamento di massa di 44 mila lavoratori, organizzati nel Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), non aveva altro obiettivo che la privatizzazione dell'industria elettrica e la distruzione di un sindacato democratico e combattivo. Due anni dopo l'inizio del conflitto, la SME continua a svolgere un'esemplare lotta che è riconosciuta a livello internazionale.
Il 13 settembre 2011, il governo di Felipe Calderón, tramite il Segretario di Governo, si è impegnato a garantire il reimpiego di 16.599 lavoratrici e lavoratori che avevano lottato contro la liquidazione della società, così come il rilascio di 12 prigionieri politici elettricisti, ingiustamente imprigionati. Fino ad oggi, il governo non ha rispettato i suoi impegni.
Chiediamo il reintegro immediato dei lavoratori in lotta e la liberazione dei prigionieri politici.
Comitato Internazionale della Quarta Internazionale,
Partido Revolucionario de los Trabajadores (PRT-Messico),
Labour Party of Pakistan (LPP Pakistan),
Nava Saama Samaja Party (NSSP Sri Lanka),
Movimiento de Unidad Socialista (MUS-Messico),
Gauche Socialiste (Quebec, Canada),
RSB (Germany),
Jeunes du NPA (Francia),
OKDE-Spartakos (Grecia),
Ligue Communiste Revolutionnaire (Belgio),
Agrupación Popular Socialista Revolucionaria (APSR, Portogallo),
Corriente Enlace del PSOL (Brasile),
Nouveau Parti Anticapitaliste (NPA, Francia),
Socialistisk Partiet (Svezia),
Izquierda Anticapitalista (Stato spagnolo),
Antikapitalistak (Euskal Herria, Paesi Baschi),
Ligue de la Gauche Ouvrière (Tunisia),
La Lucha Continua (Perù),
Partito Comunista del Bangladesh (M-L) (Bangladesh),
MST (Argentina),
Marea Socialista (Venezuela),
Internatiuonal Socialist League (Germany),
Solidarity (USA),
ISO (USA),
Socialist Action (USA),
MES-PSOL (Brasile),
Al Mounadil-A (Marocco),
Peoples Liberation Party (Indonesia),
Revolutionary Workers’ Party-Mindanao (Filippine),
Revolutionary Socialist Party (Australia),
Colectivo Feminista (Ecuador),
Revolutionary Communist League (Giappone),
Sinistra Critica (Italia),
Groupe Revolutionnaire Socialiste (Martinica),
Socialist Movement (Russia),
Jeaunesse Anticapitaliste (Belgio),
Socialist Resistance (Gran Bretagna)
Con il popolo siriano fino alla vittoria della democrazia e della libertà
appellosiriaegitto.blogspot.com
Questo nuovo appello, che riprende i temi e le proposte di quello già circolato, è indirizzato a organizzare iniziative dove possibile in solidarietà con la lotta del popolo siriano per la libertà e la giustizia e contro ogni intervento militare.
Vi invitiamo ad aderire e ad organizzare e partecipare a queste iniziative.
Per adesioni: rivoluzionesiriana@libero.it
Il mondo assiste, impotente e distratto (a parte coloro che vorrebbero approfittare della situazione per l'ennesimo intervento "umanitario"), alla carneficina in corso in Siria, dove da mesi il popolo sfida la repressione, la tortura, le stragi e gli omicidi del regime per chiedere democrazia, libertà e dignità. La rivoluzione siriana è parte integrante della primavera araba, del risveglio di milioni di donne e di uomini che vogliono liberare sé stessi ed i propri Paesi dalla tirannia, dall’oppressione e dallo sfruttamento, in Siria come in Egitto, Tunisia, Bahrein, Yemen, Giordania, fino all’Arabia Saudita dominata da una delle monarchie più reazionarie ed oscurantiste che la storia ricordi.
Noi condanniamo senza appello la repressione feroce del dittatore Assad e del suo clan: migliaia di morti, negazione della libertà di informazione ed assassinio di giornalisti, migliaia di arresti di dissidenti, omicidi e pestaggi di giornalisti, vignettisti, esponenti di organismi di difesa dei diritti umani, distruzioni di massa, sequestro e tortura di migliaia di desaparecidos.
Con la stessa forza, rifiutiamo la retorica dell’ennesima “guerra umanitaria”: dalla Jugoslavia all’Iraq, al pantano afghano ancora in corso fino al recente precedente libico, abbiamo visto le sofferenze, i morti causati dalla Nato per “proteggere” i civili, l’indegno gioco sulla pelle delle popolazioni. Qualsiasi intervento straniero sottrarrebbe alla popolazione siriana e alle forze democratiche e rivoluzionarie il controllo sul futuro del loro paese e la sua sovranità, rendendolo prigioniero degli interessi delle grandi potenze, globali e regionali.
Vogliamo sostenere la rivoluzione siriana nella lotta per una vera democrazia, il rispetto dei diritti umani, la giustizia e la dignità, così come sosteniamo l’eroica lotta del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana, per il diritto alla vita, alla terra ed alla libertà.
Fra poche giorni, il prossimo 15 marzo, ricorrerà il primo anno dall’inizio della sollevazione del popolo siriano contro il regime del clan Assad: facciamo appello a tutte gli amici e le amiche della giustizia e della pace, a tutte le forze politiche democratiche ed antifasciste, a manifestare in tante città contro il regime assassino di Bashar Assad, per il sostegno a tutte le popolazioni arabe in rivolta, in solidarietà alla forze popolari, democratiche e rivoluzionarie, partecipando poi alle iniziative della comunità siriana di opposizione.
Non vogliamo embarghi contro la popolazione, siamo contro ogni intervento militare “senza se e senza ma”, che si chiami missione “umanitaria” o No Fly Zone. Vogliamo l’immediata cessazione delle operazioni militari del regime contro la popolazione. Vogliamo che l’Onu organizzi una commissione di inchiesta indipendente e non armata che si rechi immediatamente in Siria e verifichi le violazioni dei diritti umani e costruisca le condizioni per elezioni libere e la fine della repressione. Vogliamo che sia il popolo siriano a decidere del proprio futuro. Vogliamo che la solidarietà dei popoli abbracci la lotta della popolazione siriana.
Piero Maestri, Germano Monti, Fabio Marcelli, Vauro Senesi, Vittorio Agnoletto, Franco Russo, Ciro Pesacane, Riccardo Torregiani, Annamaria Rivera, Laura Quagliuolo, Simona Cataldi, Karim Metref, Maria Carla Biavati, Fabio Ruggiero, Fabio Michelangeli, Roberto Dati
Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico, Giuristi Democratici, Ipri-Rete Corpi Civili di Pace, Associazione RETOUR
L’appuntamento a Roma sarà di fronte l’ambasciata siriana, in Piazza dell’Aracoeli; a Milano, in Corso Sempione, davanti alla sede RAI
Questo nuovo appello, che riprende i temi e le proposte di quello già circolato, è indirizzato a organizzare iniziative dove possibile in solidarietà con la lotta del popolo siriano per la libertà e la giustizia e contro ogni intervento militare.
Vi invitiamo ad aderire e ad organizzare e partecipare a queste iniziative.
Per adesioni: rivoluzionesiriana@libero.it
Il mondo assiste, impotente e distratto (a parte coloro che vorrebbero approfittare della situazione per l'ennesimo intervento "umanitario"), alla carneficina in corso in Siria, dove da mesi il popolo sfida la repressione, la tortura, le stragi e gli omicidi del regime per chiedere democrazia, libertà e dignità. La rivoluzione siriana è parte integrante della primavera araba, del risveglio di milioni di donne e di uomini che vogliono liberare sé stessi ed i propri Paesi dalla tirannia, dall’oppressione e dallo sfruttamento, in Siria come in Egitto, Tunisia, Bahrein, Yemen, Giordania, fino all’Arabia Saudita dominata da una delle monarchie più reazionarie ed oscurantiste che la storia ricordi.
Noi condanniamo senza appello la repressione feroce del dittatore Assad e del suo clan: migliaia di morti, negazione della libertà di informazione ed assassinio di giornalisti, migliaia di arresti di dissidenti, omicidi e pestaggi di giornalisti, vignettisti, esponenti di organismi di difesa dei diritti umani, distruzioni di massa, sequestro e tortura di migliaia di desaparecidos.
Con la stessa forza, rifiutiamo la retorica dell’ennesima “guerra umanitaria”: dalla Jugoslavia all’Iraq, al pantano afghano ancora in corso fino al recente precedente libico, abbiamo visto le sofferenze, i morti causati dalla Nato per “proteggere” i civili, l’indegno gioco sulla pelle delle popolazioni. Qualsiasi intervento straniero sottrarrebbe alla popolazione siriana e alle forze democratiche e rivoluzionarie il controllo sul futuro del loro paese e la sua sovranità, rendendolo prigioniero degli interessi delle grandi potenze, globali e regionali.
Vogliamo sostenere la rivoluzione siriana nella lotta per una vera democrazia, il rispetto dei diritti umani, la giustizia e la dignità, così come sosteniamo l’eroica lotta del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana, per il diritto alla vita, alla terra ed alla libertà.
Fra poche giorni, il prossimo 15 marzo, ricorrerà il primo anno dall’inizio della sollevazione del popolo siriano contro il regime del clan Assad: facciamo appello a tutte gli amici e le amiche della giustizia e della pace, a tutte le forze politiche democratiche ed antifasciste, a manifestare in tante città contro il regime assassino di Bashar Assad, per il sostegno a tutte le popolazioni arabe in rivolta, in solidarietà alla forze popolari, democratiche e rivoluzionarie, partecipando poi alle iniziative della comunità siriana di opposizione.
Non vogliamo embarghi contro la popolazione, siamo contro ogni intervento militare “senza se e senza ma”, che si chiami missione “umanitaria” o No Fly Zone. Vogliamo l’immediata cessazione delle operazioni militari del regime contro la popolazione. Vogliamo che l’Onu organizzi una commissione di inchiesta indipendente e non armata che si rechi immediatamente in Siria e verifichi le violazioni dei diritti umani e costruisca le condizioni per elezioni libere e la fine della repressione. Vogliamo che sia il popolo siriano a decidere del proprio futuro. Vogliamo che la solidarietà dei popoli abbracci la lotta della popolazione siriana.
Piero Maestri, Germano Monti, Fabio Marcelli, Vauro Senesi, Vittorio Agnoletto, Franco Russo, Ciro Pesacane, Riccardo Torregiani, Annamaria Rivera, Laura Quagliuolo, Simona Cataldi, Karim Metref, Maria Carla Biavati, Fabio Ruggiero, Fabio Michelangeli, Roberto Dati
Coordinamento Nazionale Siriano per il Cambiamento Democratico, Giuristi Democratici, Ipri-Rete Corpi Civili di Pace, Associazione RETOUR
L’appuntamento a Roma sarà di fronte l’ambasciata siriana, in Piazza dell’Aracoeli; a Milano, in Corso Sempione, davanti alla sede RAI
Erre n. 47 - Il naufragio del capitalismo
EDITORIALE
Provare a resistere (Salvatore Cannavò)
PRIMO PIANO
Quale futuro per Occupy Wall Street? (Michael Greenberg)
Appunti sulla crisi mondiale e la crisi della sinistra (Francois Sabado)
TEMPI MODERNI
I conti che non tornano (Roberto Firenze)
Forconi ma anche lavoratori (Gianni De Giglio)
Dietro il Benecomunismo (Checchino Antonini)
FOCUS
La scacchiera globale della crisi (Claudio Katz)
Infografica Sbanca la banca (Rivolta il debito)
CORRISPONDENZE
Non un solo voto a Putin (Rsd)
Cinque tesi sulla primavera araba (Gilbert Achcar)
Usa, i punti neri del contratto auto (Dianne Feely)
IDEEMEMORIE
La quarta persona singolare (Daniel Bensaid)
Piccola editoria, grande follia (Giulio Calella)
Libreria
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Libreria
lunedì 5 marzo 2012
Un melanconico trovatore per il pensiero eretico
Enzo Traverso da il manifesto
Come il suo autore, morto due anni fa al termine di una vita intensa e di una lunga malattia, questo libro è difficilmente catalogabile (Una lenta impazienza, trad. di T. Pierini e B. Seban, Edizioni Alegre, pp. 505, euro 22). Non è lo specchio di una generazione, perché l'itinerario esistenziale che vi è narrato è assai singolare, e non è neppure l'ennesima testimonianza di un annus mirabilis sul quale esiste ormai una nutrita biblioteca in numerose lingue, benché le vicende del maggio francese vi siano narrate con la freschezza e il fervore di chi le ha vissute, convinto che la storia gli «mordeva la nuca» e che per nessuna ragione al mondo dovesse mancare i propri «appuntamenti, politici e amorosi». Si potrebbe leggere come una storia della Francia del dopoguerra - dall'indipendenza dell'Algeria a Sarkozy, passando attraverso le barricate del Sessantotto e la parentesi mitterrandiana - scritta da un outsider, atipico da tutti i punti di vista, sia come scrittore sia come filosofo e dirigente politico. La sua scomparsa suscitò una grande emozione, ben aldilà della sinistra radicale, e fu sentita da tutti come una perdita incolmabile, anche da parte dei suoi nemici.
Oltre l'indegna storia
La sua lettura di Marx era sicuramente marxista, fedele al postulato della necessità d'interpretare il mondo per trasformarlo, ma il suo marxismo non era né apologetico né conservatore. Il suo libro più ambizioso, Marx l'intempestivo (1995), non si prefiggeva lo scopo di riscoprire un Marx «autentico» ma di sondarne le contraddizioni e le potenzialità. Si trattava di metterne in luce il conflitto intimo, profondamente radicato nella cultura del suo tempo, tra un modello scientifico positivista (l'analisi delle leggi di movimento del capitalismo, l'ammirazione di Darwin) e una visione della lotta di classe come motore della storia, segnata dall'influsso della dialettica hegeliana. Tutta l'opera di Marx è attraversata dal contrasto fra una tentazione positivista e l'intuizione della metamorfosi - di cui sarà teatro il secolo XX - delle forze produttive in mezzi di distruzione, in regressione sociale. Progresso e declino, scriveva Daniel Bensaïd, sono inseparabili, uniti nella danza infernale dell'universo mercantile e del mondo reificato. Incline ai paradossi dialettici, egli amava dirsi seguace di un genere alquanto particolare: il «leninismo libertario». I suoi libri fanno dialogare il passato e il presente in una miscela ribollente di filosofia, storia, letteratura e politica. In Moi, la Révolution (1989) sbeffeggiava i fasti di un «bicentenario indegno» e restituiva la parola a una Rivoluzione francese che, scavalcando le barriere delle commemorazioni, aveva ritrovato il suo posto nella sollevazione degli oppressi, per riprendere il cammino di un'emancipazione rimasta incompiuta. In Jeanne de guerre lasse (1991) riscopriva Giovanna d'Arco come femminista, contro le appropriazioni nazionaliste che da secoli ne avvolgevano la memoria. In un saggio su Walter Benjamin, «sentinella messianica», rimetteva all'ordine del giorno la tradizione dell'ebraismo eretico che va da Spinoza a Trotskij, passando attraverso Marx e Freud. «La vita di Benjamin non ha mai cessato di pulsare controtempo», scriveva nelle prime pagine del libro, prima di ritornare sul «tradimento» di Spinoza, presentandolo come «l'antisionismo ebreo dell'ebreo ateo», una posizione che aveva fatto propria, durante gli ultimi anni, nei dibattiti sul conflitto israelo-palestinese.
Dalle pagine fiammeggianti di Una lenta impazienza emerge, ricomposta nei molteplici frammenti di una vita, la figura di un passatore. Un anello di congiunzione, innanzi tutto, fra tradizioni diverse: dopo la caduta del muro di Berlino, Daniel Bensaïd ha saputo traghettare il trotskismo, la componente principale della sinistra radicale francese, nel XXI secolo, facendolo dialogare con altre correnti del pensiero radicale, dalla scuola di Francoforte alla cosiddetta French Theory, che raccoglie l'eredità del post-strutturalismo.
Vivere con spettri mortali
Attraverso una rivista come Contretemps, svolse il ruolo di passatore fra diverse generazioni militanti e intellettuali, riuscendo a far incontrare quel che rimaneva del Sessantotto con i giovani che avevano scoperto l'impegno politico in seno al movimento no global degli anni Novanta. Un passatore, infine, tra i movimenti rivoluzionari di diversi paesi e continenti. La sua appartenenza alla Quarta Internazionale - il «Komintern bonsai», come scrive con autoironia - lo aveva fatto viaggiare incessantemente fin dagli anni Settanta. Una lenta impazienza offre un ritratto non convenzionale dell'estrema sinistra spagnola al crepuscolo del franchismo, della rivoluzione portoghese o del congresso di scioglimento di Lotta continua, al quale partecipò come delegato della «Ligue communiste» francese. Nel decennio successivo tenne a battesimo il Partito dei Lavoratori brasiliano, allacciando rapporti di amicizia con molti dei suoi dirigenti. Questa esperienza della diversità degli esseri umani e delle culture costituiva il sostrato antropologico del suo pensiero politico, agli antipodi di un internazionalismo astratto e dottrinario. La sua assidua frequentazione dell'America latina negli anni Settanta lo mise in contatto con molti militanti che in seguito sarebbero morti combattendo, durante l'esperienza tragica della guerriglia. Il loro ricordo l'aiutò, vent'anni dopo, a sopravvivere sapendo di essere malato di Aids: «A forza di frequentare spettri e fantasmi, la prova della malattia mi aveva fatto passare dalla loro parte».
Sulla malattia, Daniel Bensaïd fu sempre discreto. Non era una fuga, ma una forma di pudore e una condizione di sopravvivenza. Nel 1996 aveva sfiorato la morte, e da quel momento il ritmo delle sue pubblicazioni divenne frenetico. L'elenco dei libri scritti dall'inizio degli anni Novanta è impressionante, vertiginoso. L'eleganza stilistica sembra talvolta colmare le brecce lasciate da una riflessione incompiuta, lanciata in una corsa contro il tempo. «Sapersi mortali», si legge in questa autobiografia, modifica le prospettive, introduce una nuova percezione del tempo: «si cerca di vivere l'istante, seguendo la voglia e l'ispirazione».
Permanenti biforcazioni
Questa condizione esistenziale non è estranea alla sua concezione della storia come kairos e irruzione dell'evento, agli antipodi di ogni temporalità lineare. Sulla scorta di Blanqui e Benjamin, Bensaïd pensa la storia come campo dell'ignoto e del possibile, come un accadimento eterogeneo fatto discordanze e cesure temporali, di crisi e guerre, un incrocio aperto a una molteplicità di scelte, un processo fatto di «biforcazioni» permanenti. Nulla è ineluttabile. Riassumendo in una frase la sua visione della storia come processo politicamente intelligibile e strategicamente pensabile, Bensaïd amava citare Gramsci: «Possiamo prevedere soltanto la lotta».
In un'epoca in cui la dialettica storica tra utopia e memoria sembra spezzata, in cui non c'è più un orizzonte di attesa e il campo d'esperienza si è ridotto a un cumulo di macerie, il marxismo di Daniel Bensaïd prendeva una tonalità melancolica. La rivoluzione diventava una sorta di scommessa pascaliana, fondata sul rifiuto radicale della «dottrina detestabile del fatalismo storico». Questa scommessa non nasconde il suo fondo messianico, scrive Bensaïd pensando a Benjamin, poiché «conserva una parte di religiosità pagana e un sapore sacro». Non lo disturba l'idea di coltivare «la confusione tra Rivelazione e Rivoluzione».
A conclusione di un secolo di ferro e di fuoco, quando nel nostro immaginario le locomotive non evocano più le rivoluzioni, secondo la celebre metafora di Marx, ma la rampa di Auschwitz, il marxismo si circonda di un alone melancolico: La scommessa melancolica (Le pari mélancolique) rimane uno dei suoi libri più belli e profondi. Per lui che rifiutava ogni concezione sacrificale della militanza, questa melancolia era il contrario della rassegnazione. «Militare è il contrario di una passione triste. È un'esperienza gioiosa, nonostante i momenti brutti. Il mio partito, come quello di Heine, è il partito dei fiori e degli usignoli».
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